– Testimonianza di Giulia medico volontario di Un Camper per i diritti a Roma
Sono Giulia, un medico oncologo. Nonostante le tante ore di lavoro a contatto con i pazienti, da tempo sentivo che ciò che facevo non era abbastanza. Avevo la sensazione di dedicarmi solo a pazienti in un certo senso privilegiati per il solo fatto di sapere come accedere ad un sistema sanitario che, nonostante le use innumerevoli pecche, è comunque gratuito. Una cara amica che lavora nel terzo settore mi ha parlato del progetto Un Camper per i diritti di Medu, così ho partecipato al training ed ho capito che era proprio quello che cercavo: un contatto diretto ed immediato con persone che per diversi motivi non hanno accesso al nostro sistema sanitario.
Sono una volontaria da pochi mesi. Ho partecipato soprattutto alle uscite serali presso l’Occupazione di Via Collatina, un edificio occupato da circa 20 anni ed abitato da persone prevalentemente di origine Eritrea. Tutti ci accolgono calorosamente, i bambini passano a trovarci per giocare o per scambiare qualche parola. Alcune persone visitate nelle settimane precedenti vengono a ringraziarci o a farci un saluto. La maggior parte degli abitanti è ormai in Italia da diversi anni ed è iscritta al sistema sanitario, ma a volte una tessera sanitaria non basta per avere accesso alle cure.
Ci sono persone che non parlano l’italiano e per poter andare dal medico di base devono aspettare che qualcuno possa accompagnarle. In tant* si rivolgono a noi perchè i medici di base risultano irraggiungibili o perchè non sanno come prenotare visite specialistiche. Tra di loro ci sono molti uomini e donne anziane, spesso con patologie croniche. Curare, informare, accompagnare diventano allora la chiave per un accesso effettivo alle cure.
Oltre agli abitanti storici, ci sono spesso anche migranti in transito, che vengono accolti dalla comunità della diaspora per uno o più giorni prima di proseguire il viaggio verso i paesi del Nord Europa. Per loro il Camper rappresenta spesso l’unico presidio medico incontrato durante il viaggio.
Quando i migranti in transito sono numerosi, il ritmo delle visite è intenso perché cerchiamo di fornire cure immediate a tutti. Si tratta per lo più di ragazzi e ragazze che hanno affrontato un viaggio estenuante e che di solito ripartono dopo 24-48 ore. Sui corpi portano i segni del lungo viaggio: lesioni ai piedi dovute a lunghi cammini fatti con scarpe non adatte, infezioni batteriche o parassitarie. A loro possiamo soltanto fornire una veloce assistenza per rispondere alle problematiche più urgenti con medicazioni, trattamenti antibiotici o antiparassitari. I segni e le cicatrici sulla pelle possono solo farci immaginare cosa abbiano passato per poter arrivare in Italia.
Qualche settimana fa ho incontrato per la prima volta delle ragazze transitanti di origine Eritrea, di circa 15-16 anni. Erano solo poco più che bambine. Piccole, magre, stanche, impaurite. Molto più timide dei coetanei maschi. A differenza degli uomini, i cui sguardi sono spesso sfuggenti, mi hanno guardata negli occhi dopo solo pochi istanti. In un attimo mi hanno trasmesso le loro emozioni: la stanchezza per il viaggio, la tristezza per aver lasciato le persone a loro più care, la paura che hanno provato. Dopo qualche sorriso e qualche gesto di cura mentre le visitavo, entrambe hanno cambiato espressione. Si sono sentite al sicuro, anche solo per un momento. I loro sguardi mi sono entrati nel cuore.
E’ proprio a Collatina che capisci l’importanza del progetto Un Camper per i diritti. La comunità degli occupanti è ormai inserita nel sistema sanitario anche grazie a Medu. Si tratta in fin dei conti di un servizio che riempie un enorme vuoto nel nostro sistema sanitario.
