Il contesto
1.1 La frontiera
1.2 Alcuni numeri
1.3 Flussi e rotte
L'intervento di Medu
2.1 Il progetto “Frontiera solidale” e il rifugio “Fraternità Massi”
Il viaggio
3.1 Problematiche sanitarie causate dal viaggio
3.2 Vulnerabilità psicologiche
3.3 Attività di assistenza e presa in carico
Lo stato della frontiera
4.1 L’inverno e la frontiera alpina
4.2 Dipendenze
4.3 Minori stranieri non accompagnati (MSNA)
4.4 Donne
Sintesi e conclusioni
5.1 Principali criticità
5.2 Richieste
“Per molti è sinonimo di impazienza, per altri di terrore. Per altri ancora coincide con gli argini di un fortino che si vuole difendere. Tutti la mettono in cima alle altre parole, come se queste esistessero unicamente per sorreggere le frasi che delineano le sue fattezze. La frontiera corre sempre nel mezzo. Di qua c'è il mondo di prima. Di là c'è quello che deve ancora venire, e che forse non arriverà mai.”[1]

Rosalie lascia casa sua a soli 14 anni con l’aiuto della madre che le consegna i suoi pochi risparmi per permetterle di allontanarsi dalla sua famiglia. Se ne va perché il padre, che non ha mai vissuto con loro, ha deciso che è giunta l’ora per lei di sposarsi. Costretta a scappare, Rosalie si rifugia prima da sua nonna ma, trovata dal padre, deve continuare ad allontanarsi. Inizia così il suo lunghissimo viaggio che la vede attraversare il Burkina Faso, il Mali, l’Algeria e la Tunisia. È proprio qui che Rosalie subisce terribili violenze, fisiche e sessuali, tanto che al suo arrivo in Italia scopre di essere rimasta incinta a seguito dello stupro. Testimonianze simili sono state riportate da diverse donne che hanno attraversato questi paesi.
“Non vedo l’ora di potermi iscrivere a scuola, iniziare una vita normale come tutte le ragazzine della mia età”.
In questo report si intendono analizzare i nove mesi compresi tra luglio 2022 e marzo 2023, esponendo i risultati del monitoraggio realizzato da MEDU ed altri partner che lavorano alla frontiera dell’Alta Val di Susa, ed in particolare al centro Fraternità Massi di Oulx (TO). I dati numerici sono stati raccolti da Rainbow4Africa. La panoramica sulle condizioni fisiche e psicologiche dei transitanti è stata invece redatta a partire dai dati qualitativi raccolti dal team sanitario di MEDU.
In questo periodo si è monitorato il passaggio di 8.928 persone al rifugio “Fraternità Massi”, sommando le presenze giornaliere si arriva a 10.075.[5] Alcune persone, infatti, si fermano per più di una notte, per motivi di salute o per riposarsi dopo un lunghissimo viaggio.
Di queste, 633 erano donne, ovvero il 7% della popolazione transitante, mentre 1.017 erano minori, rappresentando il 12% della popolazione.
Nel corso degli ultimi mesi si è assistito ad un aumento significativo del numero dei migranti provenienti dalla rotta del Mediterraneo centro-meridionale con imbarco dalla Tunisia, che sempre più si configura come un Paese sia di emigrazione che di transito. Questa nuova rotta, infatti, risulta attraversata sia da persone che evitano il passaggio dalla Libia che da migranti nati o residenti in Tunisia da diversi anni e che decidono di lasciare il Paese a causa del deterioramento delle condizioni economiche e di sicurezza.
L’aumento delle imbarcazioni in partenza ha significato anche un aumento del numero di naufraghi e dispersi in prossimità delle coste tunisine. Secondo i dati del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES)[6], nel corso del 2022, più di 600 persone sono morte su questa sponda, senza contare le imbarcazioni “invisibili”, scomparse senza lasciare traccia.
Si potrebbe pensare che la Tunisia sia una buona soluzione per sfuggire alle atrocità della Libia, ma le testimonianze raccolte dal team negli ultimi mesi danno evidenza di violenze e abusi ricorrenti, spesso non molto diversi da quelli perpetrati in Libia.[7]
[6] February 2023 report on migration and social movements - FTDES https://ftdes.net/statistiques-migration-2022/
[7] https://ftdes.net/la-tunisie-nest-ni-un-pays-dorigine-sur-ni-un-lieu-sur-pour-les-personnes-secourues-en-mer/

Fino al 2019, il flusso migratorio delle persone che transitavano a Oulx era composto principalmente da giovani uomini provenienti dall’Africa sub-sahariana.
A partire dal 2020 aumentano gli arrivi di persone provenienti dalla rotta Balcanica, tra queste numerose donne e bambini. Si tratta di un nuovo flusso, composto principalmente da afghani, iraniani e curdi. Il trend si conferma anche nel 2022, quando, come evidenziato dal grafico, le principali nazionalità sono rappresentate da Afghanistan, Marocco e Iran [8] Ad inizio 2023 si assiste ad alcuni significativi cambiamenti. Se nel corso del 2022, l’Afghanistan e l’Iran sono stati rispettivamente il primo e il secondo paese per numero di migranti transitati ad Oulx anche a fronte di un aumento degli arrivi dal Mediterraneo centrale, nei primi mesi del 2023 si assiste ad un drastico calo numerico (FIGURA 2).[9] Allo stesso tempo risulta in costante aumento il numero di persone in arrivo dall’Africa centrale e occidentale mentre rimane costante quello dei migranti provenienti dal Marocco. Tra questi ultimi troviamo sia persone appena arrivate in Italia attraverso la rotta balcanica[10], sia persone che sono in Europa da diversi anni. Si tratta di sans papier che dopo aver visto respinta la domanda di protezione internazionale, sono rimasti nel limbo dell’irregolarità, costretti a viaggiare da un paese all’altro alla ricerca di un lavoro in nero e di un modo per sopravvivere.
[8]Qui una raccolta dei report precedenti di MEDU: https://mediciperidirittiumani.org/doc/report/
[9] Oltre a un fattore meteorologico che ha rallentato il cammino di molte persone, bloccandole tra le montagne dell’Iran e della Turchia, il calo del numero di afgani alla frontiera alpina è dovuto al fatto che molti di essi tentano di lasciare l’Italia attraverso la frontiera di Chiasso.
[10] I cittadini marocchini possono entrare in Turchia senza bisogno di visto per un periodo di 90 giorni. Molti migranti, una volta arrivati in Turchia, decidono di proseguire per la rotta balcanica con l’intenzione di raggiungere l’Europa.

Il rifugio “Fraternità Massi” è gestito in maniera coordinata da un pool di professionisti e volontari, ognuno con compiti specifici assegnati in base all’esperienza, alle competenze alle finalità dell’organizzazione di appartenenza.
Se da un lato la pluralità degli attori in campo rende complessa l’interazione e il coordinamento, dall’altro la presenza di numerose realtà organizzate e volontari permette di offrire un supporto continuativo, capace di rispondere a bisogni ed esigenze molteplici, offrendo prossimità umana, un ambiente accogliente e un’assistenza olistica.

All’interno del rifugio operano:
Per ciò che attiene alle strutture accoglienti, oltre alla realtà del rifugio Massi occorre menzionare il rifugio autogestito Yallah, occupato nel giugno 2022 e situato a Cesana, tra Oulx e Claviere
ll comitato della Croce Rossa Italiana (CRI) di Susa ha invece messo a disposizione il polo logistico di Bussoleno, dove possono trovare assistenza le persone che hanno bisogno di sostare più a lungo in Val di Susa per ragioni mediche, oppure quelle che hanno deciso di presentare domanda di protezione internazionale in Italia. Nel secondo caso in particolare, si tratta di persone vulnerabili che, nella maggior parte dei casi, non riescono da accedere ai CAS e SAI a causa della difficoltà di presentare domanda di asilo presso la Questura di Torino, in virtù della complessità della procedura e delle tempistiche estenuanti. Ogni giorno, decine e decine di persone si presentano presso l’Ufficio Immigrazione della Questura solo per ottenere un appuntamento per formalizzare la domanda di asilo. Nell’attesa, non essendo formalizzata la loro richiesta di asilo, non possono avere accesso al sistema nazionale di accoglienza. Paradossalmente quindi, le persone che vengono ospitate presso il Polo di Bussoleno risultano essere le “poche fortunate” all’interno di un sistema che rende impossibile esercitare un diritto fondamentale come quello di chiedere asilo.
Nonostante gli sforzi e la proficua collaborazione con la Croce Rossa, è necessario rimarcare come il polo logistico non possa rappresentare un luogo dove le vulnerabilità dei richiedenti asilo possono essere prese in carico in modo adeguato e personalizzato, come previsto dalle normative nazionali e internazionali, le quali stabiliscono la predisposizione di programmi e strutture ad hoc.

Tra le molte attività che si svolgono presso il rifugio, negli ultimi mesi ha preso piede una collaborazione con IRES – Istituto di Ricerche Economico Sociali del Piemonte. Si tratta di un ente di ricerca che svolge la sua attività d’indagine in campo socio-economico e territoriale, fornendo un supporto all’azione di programmazione della Regione Piemonte e delle altre istituzioni ed enti locali piemontesi. Con il progetto “Anello Forte”, IRES si è posto l’obiettivo di monitorare la frontiera nord-occidentale cercando di individuare indicatori di tratta con riferimento alle donne che la attraversano. Nei primi mesi del 2023 si è registrato un crescente passaggio di donne provenienti dall’Africa sub-sahariana, soprattutto dalla Costa d’Avorio. Per approfondire la comprensione di questo fenomeno e indagare sui rischi di tratta che possono nascondersi dietro numeri in allarmante crescita, è in corso uno studio di IRES Piemonte per la realizzazione di un’azione di monitoraggio alla frontiera franco-piemontese. Con l’aumento considerevole delle donne transitanti cresce anche il timore dell’esistenza di una rete di sfruttamento. L’individuazione precoce delle situazioni di tratta o di vulnerabilità alla tratta e allo sfruttamento è essenziale per garantire il rispetto dei diritti umani delle persone trafficate, ma il tempo trascorso al rifugio è troppo breve per permettere una corretta valutazione degli indicatori di tratta. Molte di coloro che arrivano in Italia già nel contesto di una rete criminale, non vengono riconosciute come tali, con la conseguenza di essere private dei loro diritti. [11].
Spesso queste sono registrate come membri di nuclei familiari insieme a donne e uomini che a malapena conoscono. L’identificazione precoce durante le fasi di sbarco e negli Hotspot, come indicato nelle Procedure Operative Standard e nei Protocolli vigenti in molte regioni, è condizione necessaria per combattere il fenomeno e garantire il rispetto dei diritti umani delle persone coinvolte. Tale identificazione, unita al trasferimento delle persone interessate in luoghi sicuri, permetterebbe una diminuzione del numero di persone esposte a questo fenomeno presso una frontiera pericolosa come quella tra Italia e Francia.
Molte di queste donne vengono da percorsi di vita drammatici.
Sappiamo che Fatma ha scelto di raggiungere la Francia perché non sopportava più di stare in Italia dopo il trauma vissuto. È partita con molti sensi di colpa, convinta che a causare la morte del figlio sia stata la sua scelta di intraprendere il viaggio e l’incuria degli operatori presenti all’hotspot di Lampedusa.
A Oulx si susseguono gli arrivi di donne incinte, di donne che hanno abortito o partorito da poco o sono accompagnate da neonati e bambini che hanno come unico ricordo di vita il viaggio. A ognuna di queste donne viene proposta una visita e un colloquio individuale. Una panoramica più completa viene fornita nei paragrafi a seguire.
[11] https://www.asgi.it/notizie/aggiornate-le-linee-guida-identificazione-delle-vittime-di-tratta/
Tra i transitanti che ogni giorno passano a Oulx si possono incontrare le storie più diverse. Chi arriva al sesto tentativo di attraversamento della frontiera e chi è riuscito a superarla al primo. Chi va a raggiungere un familiare o un amico e chi è partito senza una meta definita, nessuno da raggiungere, solo qualcosa da cui scappare.
Spesso la lunghezza e la difficoltà del viaggio è legata anche alla disponibilità economica. L’intera traversata, infatti, può costare dai 2 agli 8 mila euro. Nei report precedenti abbiamo spesso evidenziato i rischi che le persone corrono attraversando la rotta balcanica. Rischi legati alla natura, ma soprattutto alla condotta dei corpi militari, paramilitari e di polizia degli stati attraversati dalle persone migranti. Sono gli addetti al controllo delle frontiere di diversi stati dei Balcani che spesso si rendono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Se attraversare i confini di Bosnia, Croazia, Serbia e Slovenia spesso significa andare incontro ad abusi e violenze di diverso tipo, i rischi non terminano una volta entrati nel territorio dell’Unione Europea. Questo vale soprattutto per alcune categorie di persone vulnerabili come donne e bambini. Ogni giorno, infatti, in particolare negli ultimi mesi, al rifugio “Fraternità Massi” è possibile incontrare minori respinti dalla polizia di frontiera francese. Si tratta in molti casi di ragazzi che dichiarano all’autorità la loro età e la loro condizione di vulnerabilità, spesso mostrando anche certificati di nascita, e che, nonostante ciò, vengono respinti.
Costretti a ritentare o a cambiare rotta, sono in pochi quelli che decidono di fermarsi in Italia e chiedere protezione, anche e soprattutto a causa della difficoltà di presentare la domanda di asilo e accedere al sistema di accoglienza. Come già descritto, i tempi per presentare domanda di asilo presso la Questura di Torino sono abnormi. Fino a sei mesi le persone sono costrette a mettersi in coda, ogni giorno, solo per poter prendere un appuntamento. In seguito, è necessario attendere ulteriori 4-5 mesi per formalizzare la domanda di asilo. Nell’attesa, non essendo riconosciuti formalmente come richiedenti asilo, non riescono ad avere accesso al sistema nazionale di accoglienza. L’attesa riguarda soprattutto coloro che arrivano dalla rotta balcanica, mentre le persone che arrivano via mare generalmente vengono fotosegnalate al porto di sbarco o in hotspot.
Camara (nome di fantasia), diciannovenne della Costa d’Avorio che da quando ne ha diciassette è in viaggio verso l’Europa, ci racconta del suo terribile viaggio. Entra in ambulatorio un martedì mattina di inizio marzo chiedendo medicine per i suoi occhi.
Lo visitiamo e a una prima valutazione emerge una cheratite ormai cronicizzata. Ci racconta che da 5 mesi non vede bene e che soffre di un terribile bruciore. Come se avesse continuamente dei fastidiosi granelli di sabbia dentro gli occhi. Vive questo fastidio costante da quando si sveglia a quando va a dormire.
Tutto è iniziato lungo il suo viaggio, durato 2 anni. Un viaggio sfibrante che in gergo viene definito “la strada per l’inferno”. Racconta che, mentre attraversava il Sahara ammassato nel retro di un pick-up, alcuni miliziani hanno fermato il convoglio e hanno fatto scendere i passeggeri uno per uno. Li hanno fatti mettere sotto il sole cocente, nel mezzo del deserto in pieno giorno e a un tratto una guardia gli ha intimato di guardare il sole. Dritto negli occhi. “Ogni tanto controllavano che nessuno distogliesse lo sguardo e se notavano che chiudevi gli occhi ti minacciavano”. Non sa dire quanto sia durato. Il ricordo è sfocato. Ricorda però che era un tempo interminabile. Un tempo certamente sufficiente per provocare una fotocheratite, una vera e propria ustione della cornea che ha condannato Camara a un viaggio ancora più lungo e faticoso. Come se già non bastasse.

Durante il periodo analizzato, l’intervento di MEDU presso il rifugio di Oulx ha consentito di sottoporre a triage 4.193 persone e di visitarne approfonditamente 1.214. Le principali patologie trattate all’interno della clinica di frontiera sono malattie sviluppate durante il viaggio. La maggior parte dei pazienti è costituita da uomini giovani e in buona salute che sviluppano malattie in seguito ai disagi e alle violenze subite durante il cammino lungo la rotta balcanica o l’attraversamento via mare del Mediterraneo. Le persone arrivano infatti da viaggi lunghi e faticosi con permanenze in campi profughi istituzionali e insediamenti informali, attraversando confini dove, come già detto, si verificano continue violazioni dei diritti umani con conseguenti traumi fisici e psicologici.
Tali problematiche sanitarie in alcuni casi si cronicizzano, a causa del difficile accesso alle cure nei paesi di transito, determinando l’insorgere di vere e proprie vulnerabilità che rallentano il cammino e talvolta lo rendono impossibile.
In diverse occasioni il team si è trovato ad assistere persone che presentavano esiti di traumi fisici, violenze o infezioni risalenti a periodi antecedenti, talvolta anche di mesi. Nei paesi attraversati (Turchia, Serbia, Bosnia per la rotta balcanica o Libia e Tunisia per quella mediterranea) le persone migranti non avevano ricevuto assistenza, a causa dell’assenza o carenza di personale nei campi profughi informali e in alcuni istituzionali o dell’impossibilità di accedere alle strutture sanitarie pubbliche e private.

Questo mancato accesso alle cure risulta essere un chiaro esito dell’approccio con cui vengono approntati e gestiti molti dei luoghi destinati all’accoglienza dei transitanti, quali: i campi profughi istituzionali presenti in Grecia, Bosnia e lungo la rotta balcanica, i centri di detenzione per i migranti in Libia o ancora gli hotspot di prima accoglienza post-sbarco come Lampedusa. Spazi, che in alcuni momenti dell’anno risultano sovraffollati, con risorse inadeguate e personale insufficiente a rispondere alle esigenze delle persone accolte. Questi luoghi, destinati all’accoglienza temporanea, seppur molto diversi tra loro, sono organizzati e gestiti secondo criteri emergenziali, sebbene i flussi migratori siano ormai piuttosto prevedibili e le risposte, in termini di gestione, maggiormente programmabili. Ad oggi, tuttavia, la risposta ad un fenomeno di così ampia portata e dalle conseguenze sociali determinanti, continua ad essere improntata al contenimento dei flussi, all’emergenza e alla “straordinarietà” delle misure. Ne sono prova la residualità dei canali di accesso regolari, la militarizzazione delle frontiere, l’assenza di una politica migratoria europea, l’elevata percentuale di richiedenti asilo accolti nei CAS – centri di accoglienza straordinaria – piuttosto che all’interno del sistema di accoglienza e integrazione (SAI), il numero ridotto di posti per minori e persone vulnerabili, il sovraffollamento e la carenza di servizi presso gli Hotspot.
Il lungo e traumatico viaggio verso l’Europa ha lasciato segni spesso permanenti sui corpi dei pazienti visitati. Frequenti sono stati i traumi fisici, spesso accidentali, correlati a cadute, salti da muri e strutture scavalcate e a traumi avvenuti negli insediamenti informali per accendere fuochi o raccogliere la legna. In diversi casi, inoltre, si è raccolta testimonianza e denuncia di violenze fisiche avvenute in sede di frontiera da parte di enti governativi per mezzo di manganelli, cani della polizia, aste di ferro o canne di fucili. Tali episodi, stando alle testimonianze raccolte, sono avvenuti più precisamente al confine bosniaco-croato, in Serbia, Bulgaria, Tunisia e Libia.
[12] https://www.lastampa.it/cronaca/2022/12/16/news/samira_la_maratona_per_la_vita_in_italia_voglio_
tornare_a_vivere-12415260/
Analizzando i dati forniti dalla CRI, emerge che da gennaio a marzo del 2023 sono state 712 le persone respinte tra il tunnel del Frejus e il colle del Monginevro. Si tratta di dati parziali poiché tengono conto solo delle persone accompagnate dalla CRI alla stazione ferroviaria di Oulx o al rifugio una volta respinte, mentre durante il giorno vi sono numerosi accompagnamenti fatti direttamente dalla polizia alla stazione più vicina, e pertanto non monitorati. Sempre considerando la parzialità del dato si calcola che nel corso del 2022 invece sono state 4.127 le persone respinte alla frontiera e accompagnate dalla CRI.

Queste condizioni e premesse generano, soprattutto d’inverno, con neve e temperature sotto lo zero, uno scenario che tutt’oggi mette in pericolo la salute e porta quotidianamente i migranti a ricorrere alle cure degli infermieri e dei medici presenti nel rifugio.
La frontiera con la Francia non lascia solo segni sulla pelle. Oltre ai traumi fisici vanno infatti menzionati i traumi meno visibili, come quelli di carattere psicologico. Valicare la frontiera significa fare i conti con un prolungato carico di ansia e paura. Chi si pensa al sicuro una volta entrato nell’Europa dei diritti spesso è costretto ad un brusco “risveglio” quando si imbatte in nuove frontiere militarizzate.
Dover affrontare un nuovo game e vedersi nuovamente respinti spesso è causa di angoscia e frustrazione. A tale proposito ricordiamo un signore di 42 anni camerunense che in occasione del respingimento ha avuto una crisi d’ansia con sintomi di conversione che ha richiesto l’ospedalizzazione.
Nel caso della frontiera alpina, come per ogni confine, maggiori sono le vulnerabilità dei soggetti che la attraversano, più il passaggio risulta invalicabile. Difficile dimenticare la frustrazione di una famiglia afgana con una figlia affetta da Sindrome di Down di 8 anni che per 6 volte è stata respinta. Ovviamente la bambina faceva fatica a camminare ed era ormai troppo pesante per essere portata a spalle come i fratelli. Inoltre sono innumerevoli le persone con problemi di deambulazione costrette a sentieri più a bassa quota e visibili e quindi sottoposte ad un rischio maggiore di essere intercettata e respinta.
Il tema delle dipendenze è un fenomeno complesso le cui cause risultano essere eterogenee. In diverse occasioni abbiamo assistito persone partite sane dal proprio paese, che hanno iniziato a fare uso di sostanze lungo il viaggio trovandosi successivamente a fare i conti con assuefazione e crisi di astinenza anche gravi. In particolar modo abbiamo riscontrato dipendenze da farmaci, e tra i più frequenti citiamo certamente il Pregabalin (Lyrica) e il Clonazepam (Rivotril). Spesso i pazienti hanno richiesto assistenza medica per ottenere tali farmaci. Secondo le testimonianze raccolte, alcuni di essi avevano iniziato ad assumere i farmaci in luoghi di detenzione quali carceri e CPR. In altri casi avevano iniziato ad assumerli nel corso del viaggio, in particolare nei campi profughi disseminati lungo la rotta. Si tratta di farmaci che vengono somministrati per la gestione dell’insonnia, dell’agitazione e dello stress. Tali farmaci non sono indicati per tale sintomatologia ma, per il basso costo e la lunga emivita, vengono usualmente sovra-prescritti, in una prassi ormai normalizzata, al fine di contenere e sedare i migranti all’interno di spazi limitati e affollati. Questi quadri di dipendenza in alcuni casi si sono presentati anche in seguito a permanenza nel territorio italiano. Alcuni pazienti hanno infatti testimoniato di aver iniziato ad assumere tali terapie all’interno dei CPR italiani, carceri, hotspot e navi quarantena.
L’utilizzo del Rivotril (che da scheda tecnica sarebbe indicato solo come antiepilettico) determina nel lungo periodo assuefazione con crisi di astinenza, depressione e conseguenti atti di autolesionismo. Le storie raccolte sono numerose e personali ma, la dipendenza da questi farmaci e la presenza di effetti collaterali simili risulta essere un comune denominatore che permette di parlare di un vero e proprio utilizzo sistemico di tali sostanze.
Fra le tante storie possiamo citare quella di un giovane marocchino che nel percorrere la rotta balcanica si è trovato costretto a rimanere in Turchia per 6 mesi in seguito alle violenze subite da parte di un gruppo di passeur[15]. a causa di mancati pagamenti. Racconta di aver ricevuto percosse con delle aste di ferro di cui riporta le cicatrici sulle gambe e che lo costringono a un’evidente zoppia. Spiega di essersi recato in ospedale subito dopo l’aggressione, senza però aver ricevuto cure adeguate e senza essere stato sottoposto ad alcuna radiografia - nonostante le fratture successivamente dimostrate - ma di essersi medicato in autonomia nel campo in cui si è trovato a sostare per i successivi mesi. In tale occasione ha iniziato a assumere il Rivotril per riuscire a dormire e sentire meno il dolore. Dapprima il farmaco gli è stato fornito da compagni che già lo assumevano e poi dal medico del campo settimanalmente. Giunto al nostro ambulatorio a distanza di un anno da tale evento, riportava sintomi di astinenza quali tremori, agitazione e sudorazione profusa per il mancato reperimento del farmaco. Dal colloquio è emerso un quadro di depressione e alla visita le braccia e l’addome erano segnati da tagli autoinflitti.
[15] Termine utilizzato per indicare chi organizza il trasporto clandestino di migranti in cambio di denaro.

[16] Polo Logistico Valle di Susa. Nel 2016 il Comune di Bussoleno ha assegnato a CRI una parte dell’ex Istituto Scolastico “Plana Ferrari” in comodato d’uso con l’obiettivo di adibirlo a Polo Logistico di Protezione Civile.
La maggior parte dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) visitati è di origine afgana e iraniana ed è stata assistita nel periodo fra luglio e fine novembre. Nei mesi invernali, il numero dei minori visitati è stato minore, in concomitanza con un calo generale degli arrivi. La maggior parte dei MSNA monitorati è giunta in Italia attraverso la rotta marittima turco-calabra e comprende prevalentemente soggetti che viaggiavano in gruppi di 5-10, partiti insieme o con gruppi consolidati durante il cammino. Spesso i minori di età fra i 13 e 16 anni sono giunti in rifugio pochi giorni dopo lo sbarco lungo le coste calabresi e senza familiari, per lo più rimasti nel paese di origine a finanziare il viaggio. I viaggi, come testimoniato dalle persone stesse, risultano essere molto più brevi rispetto alla classica rotta balcanica percorsa via terra. Tuttavia, sono molto più onerosi economicamente per la necessità di investire in un breve periodo migliaia di euro, cifra più difficilmente reperibile da nuclei familiari più numerosi.


È del tutto evidente che sussistono grandi differenze tra quanto prescritto dalle norme e la loro effettiva applicazione.
Infine, è necessario precisare che se la presa in carico del minore viene attuata presso la frontiera del Monginevro, ciò non viene fatto a quella del Frejus. I respingimenti al Frejus, infatti, vengono eseguiti da parte della polizia francese, ma in territorio italiano, quindi il minore viene consegnato alla polizia italiana che lo prende in carico anche se non desidera chiedere protezione in Italia.
Nel caso in cui il minore invece dichiari la volontà di chiedere protezione in Italia, presso il rifugio Fraternità Massi, viene attivata la procedura contattando i servizi sociali (Con.i.s.a di Susa) e il Commissariato di polizia così che il minore possa essere accompagnato presso le comunità per minori di Salbertrand e Rubiana dove verrà poi sottoposto alle procedure di accertamento dell’età. Nei casi in cui tali comunità non abbiano disponibilità di posti il minore attende all’interno del polo logistico della Croce Rossa di Bussoleno.
Le donne accolte presso il rifugio rappresentano una minoranza (il 7% del totale). Nonostante ciò, il numero di visite a donne risulta essere molto alto poiché ognuna di esse, se consenziente, viene invitata in ambulatorio per un controllo o un colloquio. L’attività ambulatoriale fin qui svolta ha consentito di visitare una media di circa 5 donne a settimana.
Questa scelta di lavoro, così come la strutturazione di un team composto prevalentemente da donne, in diversi casi ha permesso di individuare la presenza di indicatori di tratta. Questi casi sono stati prontamente segnalati all’operatrice legale di Diaconia Valdese, la quale ha fornito un’adeguata informativa e in alcuni casi ha promosso l’attivazione di procedure di protezione tramite il Numero Verde Antitratta.


Un ulteriore fattore di criticità è rappresentato dai numerosi casi di dipendenza da psicofarmaci la cui assunzione, in base alla raccolta delle testimonianze e delle anamnesi, sarebbe iniziata per lo più in carceri, navi quarantena, centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) o campi profughi. È stata frequentemente verificata una sovra-prescrizione di tali farmaci verosimilmente al fine di gestire ansia e agitazione in condizioni di incertezza e sovraffollamento, contesti e situazioni in cui l’utilizzo di psicofarmaci risulta una vera e propria strategia di contenimento. Questo fenomeno nello specifico fa sì che soggetti sani si trovino alla fine del proprio viaggio con una vera e propria dipendenza caratterizzata da crisi di astinenza ed effetti collaterali anche gravi e conseguente necessità di cure adeguate.
Altro nodo molto delicato è la situazione dei minori, in particolare quella di coloro che vengono registrati come maggiorenni nei luoghi di sbarco nelle coste dell’Italia del sud. Dalle testimonianze raccolte emerge che alcuni dichiarano la maggiore età per il timore di rimanere bloccati negli hotspot, poiché i posti in accoglienza per i minori sono pochi e i tempi per il trasferimento molto lunghi. Altri vengono registrati come adulti nonostante affermino di aver dichiarato la minore età. Questa errata registrazione fa sì che i minori che si presentano in frontiera vengano respinti e “costretti” a tentare il passaggio illegalmente, mettendo a serio rischio la propria vita.
Nonostante le direttive del Ministero dell’Interno stabiliscano che, qualora sussista un dubbio circa l’età dichiarata, questa debba essere accertata attraverso documenti anagrafici e con la collaborazione delle autorità diplomatico-consolari, è del tutto evidente che sussistano grandi differenze tra quanto prescritto dalle norme e la loro effettiva applicazione.
Allo stesso modo, contrariamente a quanto indicato nelle Procedure Operative Standard e nei Protocolli vigenti in molte regioni, spesso nei luoghi di sbarco e nella primissima accoglienza non vengono precocemente individuati gli indicatori di tratta nelle donne neo-sbarcate.
Spesso queste sono registrate come membri di nuclei familiari insieme a donne e uomini che a malapena conoscono. Il fatto che non vi sia personale formato e dei progetti ad hoc nei porti e negli hotspot impedisce un effettivo contrasto alle reti criminali e non fornisce effettiva protezione alle donne vittime di sfruttamento.
In ultimo, è doveroso affrontare l’argomento di chi, dopo mesi o anni di viaggio, vorrebbe chiedere protezione internazionale in Italia. Anche per questi le difficoltà sono molteplici. In primo luogo, presentare domanda di asilo presso la Questura di Torino è diventata una procedura dalle modalità e tempistiche estenuanti. Per almeno 2 mesi (ma in alcuni casi fino a 6) le persone sono costrette a mettersi in coda, ogni giorno, solo per poter prendere un appuntamento. In seguito, è necessario attendere ulteriori 4-5 mesi per formalizzare la domanda di asilo. Nell’attesa, non essendo riconosciute formalmente come richiedenti asilo, non riescono ad avere accesso al sistema nazionale di accoglienza.
Alla luce di quanto rilevato da questo rapporto, MEDU chiede alla autorità italiane e francesi una radicale inversione di marcia sul tema della gestione dei flussi migratori alla frontiera alpina tra Francia e Italia. In particolare, MEDU chiede che venga sempre garantita la tutela dei diritti fondamentali – in primis il diritto alla salute - ai migranti che transitano sul territorio dei due Stati, a prescindere dal loro status giuridico.
Nello specifico, MEDU chiede alle autorità italiane quanto segue:
Assicurare un effettivo e tempestivo accesso alla procedura di asilo, rispettando le tempistiche e le procedure previste dalla normativa[21]. e predisporre presso gli Uffici Immigrazione delle Questure personale adeguato in termini numerici e di competenze.
[21] Regolamento relativo alle procedure per il riconoscimento e la revoca della protezione internazionale a norma dell'articolo 38, comma 1, del decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25.
Implementare correttamente le SOPs (Procedure Operative Standard) applicabili alla gestione degli hotspot, in particolare nei confronti delle persone con esigenze specifiche:
Migliorare le condizioni di accoglienza e adeguati servizi informativi presso gli Hotspot e i CAS;
Aumentare il numero di posti del sistema di accoglienza per minori nella Regione Piemonte e sul territorio nazionale;
Garantire la tutela dei diritti fondamentali – in primis il diritto alla salute - ai migranti che transitano sul territorio nazionale
Alle autorità francesi:
Porre fine alla violazione del diritto di asilo da parte della PAF (Police aux frontières) e all’utilizzo illegittimo del refus d’entrée.
Porre fine al respingimento dei minori.