OSSERVATORIO ROSARNO


X Rapporto di Medici per i Diritti Umani sulle condizioni di vita e lavoro dei braccianti stranieri nella Piana di Gioia Tauro

Introduzione

Per il decimo anno consecutivo, Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha operato nella Piana di Gioia Tauro nell’ambito del progetto Campagne aperte: laboratorio di pratiche territoriali per promuovere dignità di vita e di lavoro”. Da febbraio 2023 e per due anni consecutivi, un’ampia rete di organizzazioni - che vede come soggetto responsabile il Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazione (CRIC) e come partners MEDU, ARCI, il progetto Mediterranean Hope della FCEI, il CSC Nuvola Rossa, L’Università della Calabria (Dispes - Unical), La Rete dei Comuni Solidali (RECOSOL) - opererà in diversi Comuni della Piana con l’obiettivo di rafforzare i processi di affrancamento dallo sfruttamento lavorativo e dall’isolamento sociale dei lavoratori agricoli stranieri nel territorio della Città Metropolitana di Reggio Calabria. L’intervento si pone in continuità e rappresenta uno sviluppo del progetto “Terragiusta. Campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori stranieri in agricoltura”, avviato da MEDU nel 2014 nella stessa area.

La prima fase dell’intervento della clinica mobile di MEDU ha avuto inizio alla fine di febbraio e si è conclusa alla fine di aprile 2023.

Durante i due mesi di attività (marzo-aprile 2023) il team della clinica mobile ha operato presso i diversi insediamenti precari dove vivono i braccianti agricoli, per lo più stagionali, fornendo prima assistenza medica e orientamento socio-legale e sanitario.

Rispetto agli anni passati, si è riscontrata una drastica diminuzione del numero di presenze, in parte attribuibile alle tempistiche dell’intervento, che ha avuto inizio solo al termine della stagione agrumicola. Se negli anni passati infatti erano presenti, nei mesi di picco della stagione agrumicola (ottobre-aprile), tra i 2.000 e i 2.500 braccianti distribuiti tra i diversi insediamenti informali, nel 2022 essi erano circa 1.000 e alla fine della stagione agrumicola 2023 non più di 500.

Oltre alle tempistiche dell’intervento, non vanno trascurati altri fattori quali la difficoltà e i lunghi tempi di attesa per il rilascio o il rinnovo dei permessi di soggiorno presso la Questura di Reggio Calabria e il Commissariato di Gioia Tauro, fattore questo che induce molte persone che da anni vivono in Italia a spostarsi in altre zone dove le tempistiche sono più rapide e le procedure più chiare.
I fattori climatici, inoltre, sono stati particolarmente avversi durante l’ultima stagione, determinando un netto calo della produzione agrumicola e una riduzione del raccolto compresa tra il 25 e il 30% nella prima parte del 2022 rispetto all’anno precedente[1] . A ciò si è aggiunta la carenza di manodopera, che ha costretto i proprietari delle aziende ad aumentare il costo della paga giornaliera, senza che a ciò sia corrisposto un aumento proporzionale del prezzo degli agrumi sul mercato. Dato il margine di guadagno minimo, se non nullo, un numero crescente di aziende ha rinunciato alla raccolta,

Gli insediamenti che hanno ospitato il maggior numero di braccianti sono stati, come negli anni passati, la Tendopoli di San Ferdinando, il campo container di Testa dell’Acqua a Rosarno e il casolare di contrada Russo a Taurianova. Altri piccoli insediamenti si trovano nelle frazioni dei comuni di Rosarno e di Rizziconi. In tutti questi luoghi, il team della clinica mobile ha riscontrato condizioni abitative e igienico-sanitarie estremamente critiche, caratterizzate da strutture fatiscenti o baracche costruite con materiali di risulta, isolamento rispetto ai centri abitati, servizi igienici assenti, non funzionanti o insufficienti, mancanza o carenza di energia elettrica e di acqua, sovraffollamento, mancanza di un sistema di smaltimento dei rifiuti, pericoli derivanti da possibili cortocircuiti e dai fuochi improvvisati, accesi dai braccianti per riscaldarsi durante i mesi invernali. In assenza di mezzi di trasporto pubblici, gli spostamenti da e verso i luoghi di lavoro rappresentano un ulteriore rischio a causa della mancanza di illuminazione delle strade, in molti casi a scorrimento veloce e senza corsie preposte a ciclisti o pedoni.

[1] La campagna delle arance italiane è caratterizzata da una produzione quantitativamente limitata e da prezzi all’origine in aumento (ISMEA). Una prima stima indica per il 2022/23 una riduzione del raccolto compresa tra il 25 e il 30% rispetto all’anno precedente. Sotto il profilo agronomico, la campagna 2022/2023 è stata condizionata da un andamento climatico sfavorevole a causa delle intense gelate a partire da gennaio 2022 e in seguito dei picchi di temperature fino a 42° a fine maggio. L’effetto combinato di questi due fenomeni estremi ha determinato una pesantissima riduzione della resa per ettaro. In conseguenza dell’offerta limitata, i prezzi all’origine hanno registrato un aumento sia rispetto alla campagna precedente, sia rispetto alla media del triennio precedente. https://agfstorage.blob.core.windows.net/misc/FP_it/2023/03/20/2023_Tendenze_Agrumi.pdf

L’INTERVENTO DI MEDU


 

Il team di MEDU, composto da una coordinatrice, un medico, un operatore socio-legale, un mediatore culturale e un logista, ha operato presso i principali insediamenti precari della Piana di Gioia Tauro, fornendo assistenza sanitaria e orientamento socio-legale ai braccianti agricoli impegnati nella raccolta agrumicola.

Gli insediamenti raggiunti sono stati: la tendopoli situata nell’area industriale di San Ferdinando, il campo container di Rosarno in località Testa dell’Acqua e i casali diroccati di Contrada Russo, nel Comune di Taurianova. Per mezzo di una clinica mobile, il team ha raggiunto tre volte a settimana gli insediamenti in orario pomeridiano/serale e ha assistito in totale 94 persone di cui 49 hanno ricevuto assistenza medica, 35 supporto legale e 10 entrambi i servizi. In totale le visite mediche effettuate sono state 80 e 63 i colloqui legali. In aggiunta, 40 persone sono state orientate e/o accompagnate presso i servizi del territorio.

Per ogni paziente è stata compilata una scheda socio-anagrafica, contenente informazioni sulle condizioni giuridiche, abitative, lavorative e di salute.

PROFILO DELLA POPOLAZIONE

La popolazione assistita è costituita da giovani uomini (tutti, ad eccezione di una donna) con un’età media di 35 anni, provenienti dai Paesi dell’Africa subsahariana occidentale, in particolare: Mali 35%, Gambia 22%, Senegal 14%, Ghana 8%, Costa d'avorio 8%, Guinea 6%, Nigeria 2%, Burkina Faso 2%, Togo 1%, Sierra Leone 1%, Mauritania 1%. La gran parte dei beneficiari rappresenta una presenza consolidata, trattandosi in generale di giovani uomini presenti in Italia da più di 3 anni (88%) ed avvezzi a spostarsi sul territorio nazionale per seguire le stagioni di raccolta di frutta e vegetali nelle diverse regioni italiane, sia al sud che al nord. Quanto alla permanenza sul territorio della Piana, delle 88 persone che hanno risposto alla domanda, 53 hanno dichiarato una presenza stabile (pari al 60%) e 35 una presenza stagionale. Si tratta di un dato che va preso in seria considerazione per le sue implicazioni in termini di coesione sociale e politiche di integrazione atte a promuoverla.

Condizioni giuridiche


 


Delle 85 persone (su 94) che hanno fornito informazioni sulla propria condizione giuridica, il 92% era regolarmente soggiornante (78 persone) a fronte dell’8% di irregolari. Nella maggior parte dei casi, l’irregolarità del soggiorno è la conseguenza del susseguirsi di politiche inadeguate, condizioni di vulnerabilità ignorate per lungo tempo e ostacoli burocratici e amministrativi.


Solo il 15% delle persone assistite aveva un permesso di soggiorno per lavoro subordinato o stagionale, gran parte dei lavoratori disponeva invece di un permesso di soggiorno per richiesta asilo (39%), protezione sussidiaria (22%), protezione speciale (22%). L’1% era titolare dello status di rifugiato e un ulteriore 1% di un permesso di soggiorno per attesa occupazione.

Le politiche e le misure adottate negli ultimi mesi dal nuovo potere esecutivo hanno contribuito ad una crescente precarizzazione delle condizioni giuridiche di migranti, richiedenti asilo e rifugiati dal momento che stabiliscono criteri sempre più restrittivi per l’ottenimento e il rinnovo di alcune tipologie di permesso di soggiorno. Le ultime modifiche legislative, entrate in vigore con il cosiddetto “Decreto Cutro”[2] , in particolare, hanno reso più incerta la condizione giuridica dei titolari di protezione speciale, tipologia di permesso di soggiorno molto diffusa tra i braccianti agricoli[3] . Infatti, il precedente Decreto Lamorgese (D.L. 21/10/2020 n. 130), considerava l’integrazione sul territorio, l’attività lavorativa stabile, la lunga permanenza in Italia e le relazioni sociali costruite nel tempo, come requisiti validi per l'ottenimento della protezione speciale. In tal modo ha permesso a molti migranti di modificare il proprio status, abbandonando la precarietà verso una forma di protezione più stabile e garantita, con il riconoscimento dei diritti fondamentali sanciti a livello costituzionale. La nuova riforma promossa dal Primo ministro Giorgia Meloni, invece, non attribuisce alcun valore a questi fattori e pone a rischio di irregolarità un elevato numero di persone, anche se i suoi effetti e le sue conseguenze saranno maggiormente visibili nei prossimi mesi/anni, come è avvenuto con i Decreti Sicurezza promossi dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini, le cui nefaste conseguenze sono oggi inequivocabilmente riscontrabili (es. perdita della stabilità del permesso di soggiorno e conseguente aumento di richiedenti asilo politico; aumento spropositato di contenziosi civili; aumento degli irregolari).

 

[2] Decreto legge del 10/03/2023 n. 20, poi convertito in legge, con modificazioni, in data 05/05/2023 con legge di conversione n. 50

[3] Nel 2022 il 20% dei pazienti assistiti (totale risultante dall’8% ai quali era stata riconosciuta la protezione speciale, il 7% i quali si trovavano in fase di rinnovo e/o conversione di quest’ultimo tipo di protezione e il 5% che si trovavano in possesso del permesso di soggiorno per casi speciali) era in possesso di un permesso di soggiorno per protezione speciale o casi speciali, nel 2023 ne era titolare il 22% dei pazienti assistiti.

La confusione e il disorientamento generati dalla nuova normativa hanno reso necessaria una capillare azione informativa da parte degli operatori MEDU. In particolare sono stati chiariti gli aspetti relativi all’applicabilità della norma e sono stati forniti consigli sulle azioni da intraprendere in presenza dei requisiti per la conversione del permesso di soggiorno da protezione speciale a motivi di lavoro.

 

Mi chiamo L., ho 60 anni e vivo in Italia da 11. Non vedo e non sento più i miei familiari da qualche anno. Dopo aver lasciato il mio Paese di origine, riuscivo a sentirli e ricevevo delle fotografie dei miei figli. Ho fatto vedere agli operatori di MEDU le foto della mia famiglia e anche quelle degli animali che ci sono nel mio villaggio, vicino alla mia casa. La mia speranza e il mio desiderio è sempre stato quello di poter vivere in pace in Italia un giorno con la mia famiglia, ma durante gli anni le cose qui non sono andate bene per me. Il tempo è trascorso senza che io riuscissi a costruire molto. Vivo in tendopoli da moltissimo tempo e adesso che ho 60 anni e il mio corpo non è più quello di una volta, spesso sto male. Il freddo dell’inverno è la cosa peggiore, vivendo in una tenda dove spesso piove dentro e non vi è possibilità di riscaldarsi. Lavoro a giornata, senza contratto. Sono troppo vecchio per ottenere un contratto di lavoro e sinceramente è da 5 anni che spesso ho dei problemi con la salute, anche superare il COVID è stato difficile. Sono stato allontanato da tante persone dopo la malattia, perché avevano paura che io, essendo più vecchio degli altri, potessi portare il virus. Ho avuto la protezione umanitaria, poi il permesso di soggiorno per casi speciali e poi la protezione speciale. Ho il titolo di viaggio, non ho il passaporto, non posso rivolgermi alla mia ambasciata. La legge per il permesso di soggiorno è cambiata più volte da quando sono arrivato, cambia sempre ed io cerco di rimanere informato, ma tante cose non riesco a capirle. Ora mi ripetono sempre, dopo gli ultimi cambiamenti normativi, che ho bisogno di un contratto di lavoro per poter rimanere regolare ed io continuo a ripetere che nessun datore di lavoro è disposto a farlo, a causa della mia età e delle mie condizioni di salute. Io non sono ammalato, però mi stanco prima degli altri. Mi è stato spiegato che, rispetto al passato, non è più importante che io viva in Italia da 11 anni. Alla scadenza del mio permesso di soggiorno dovrò richiedere il rinnovo e ho il timore di perdere questa protezione, e poi non so cosa succederà.
Sono stato sempre un uomo onesto, sempre gentile con gli altri e sempre disposto ad aiutare gli altri. Ho tentato in tutti i modi di avere un contratto per lavorare perché è giusto per me e per la legge italiana ma per cause non mie non è stato possibile.
Oggi non provo vergogna nel dire che ho paura, tanta paura di ritrovarmi non regolare in Italia per una nuova legge non giusta e ho paura di dover tornare forzatamente nel mio Paese da persona che non è riuscita a poter aiutare la sua famiglia che tanto ama.

 

 

Una delle principali criticità a livello locale è rappresentata dai tempi di attesa molto lunghi

- in media dai 6 ai 12 mesi, a fronte dei 20 giorni previsti dalla normativa - per il rilascio o la conversione dei permessi di soggiorno[4]presso la Questura di Reggio Calabria e il Commissariato di Gioia Tauro, nonostante da inizio 2023 si sia registrato un lieve miglioramento. Di conseguenza, i cittadini stranieri rimangono per lungo tempo in possesso della sola ricevuta del permesso di soggiorno, oppure, ancor più grave, con il permesso di soggiorno scaduto[5]. Anche per chi ha sostenuto l’audizione presso la Commissione Territoriale, i tempi di attesa per ricevere l’esito della richiesta vanno dai 2 ai 6 mesi.

Un problema ancora non del tutto risolto resta quello dell’iscrizione anagrafica presso gli uffici dell’anagrafe dei Comuni della Piana, in particolare presso quelli dove sono presenti gli insediamenti informali (San Ferdinando, Rosarno e Taurianova). Se presso il Comune di San Ferdinando basta una semplice dichiarazione di domicilio presso la tendopoli per ottenere l’iscrizione anagrafica, a Rosarno le iscrizioni sono temporaneamente sospese in vista dell’apertura del Villaggio della Solidarietà mentre a Taurianova l’iscrizione anagrafica è ancora preclusa a chi vive presso gli insediamenti informali.

Dai dati raccolti emerge che, delle 82 persone che hanno fornito l’informazione, 75 avevano la residenza (pari al 91%), in 61 casi in Calabria, nei restanti 14 casi in altre regioni, soprattutto Puglia e Campania. L’intervento di MEDU ha permesso di ottenere alcuni risultati, ma quella dell’iscrizione anagrafica resta una problematica frequente e interessa maggiormente coloro che non sono in possesso di un regolare contratto di locazione.[6] La prima conseguenza della mancata iscrizione anagrafica è l'impossibilità di richiedere il permesso di soggiorno anche a seguito di provvedimento positivo della Commissione Territoriale o del giudice.

Altra difficoltà riguarda l’avvio delle pratiche di ricongiungimento familiare per coloro che da anni vivono e lavorano sul territorio italiano, dal momento che ottenere in locazione un’abitazione, che sia peraltro adeguata ai parametri previsti dalla normativa di riferimento[7], risulta estremamente difficile sia per l’assenza - in alcuni casi - di sufficienti garanzie, sia per la reticenza dei proprietari a locare immobili a cittadini stranieri.

[4] I richiedenti asilo o coloro che hanno ottenuto una protezione e devono richiedere il rilascio del permesso di soggiorno presso la questura di Reggio Calabria attendono fino a 5 mesi.

[5] Tale circostanza risulta essere molto negativa e svantaggiosa per i braccianti che, a ridosso della scadenza del loro permesso di soggiorno o a seguito di riconoscimento di una forma di protezione in Tribunale o in Commissione Territoriale, si recano presso l’ufficio di polizia competente per ottenere un appuntamento. Dalla richiesta dell’appuntamento al giorno stabilito per lo stesso trascorrono di solito dai 6 ai 12 mesi, durante i quali il bracciante resta in attesa di poter formalizzare la sua richiesta con in mano un permesso di soggiorno scaduto che non gli permette di lavorare, accedere al SSN o a qualsiasi forma di sostegno/tutela garantita dallo Stato italiano alle persone regolarmente soggiornanti. A causa di queste lunghe attese e delle incertezze dei diritti dei cittadini stranieri durante la fase di rinnovo, numerose circolari sono state emanate al riguardo, al fine di garantire a quanti siano in possesso della sola ricevuta/ cedolino di richiesta di rinnovo o primo rilascio il godimento dei diritti connessi al possesso del permesso di soggiorno. https://www.programmaintegra.it/wp.
[6] Le difficoltà, per i braccianti agricoli, di reperire un alloggio sono state più volte sottolineate.

[7] Il richiedente deve avere la disponibilità di un alloggio che possa ospitare i familiari che devono essere ricongiunti. In presenza dei requisiti previsti dalla normativa, il competente ufficio comunale rilascia il certificato di idoneità alloggiativa

Stabilità del soggiorno VS mancata integrazione


Un aspetto che merita particolare attenzione riguarda la mancata o scarsa integrazione sociale delle persone incontrate, nonostante la maggior parte sia arrivata in Italia da più di tre anni. Le tempistiche dell’intervento - a stagione agrumicola inoltrata, quando ormai molte persone si erano già spostate in altre aree - hanno permesso al team di entrare in contatto con le persone che vivono stabilmente sul territorio della Piana. Si tratta nella maggior parte dei casi di persone che, dopo il fallimento di numerosi tentativi volti al miglioramento della condizione di vita propria e dei familiari lasciati nei Paesi di origine, hanno rinunciato ad immaginare un futuro, a cercare un lavoro in regola o un’abitazione dignitosa e sono finiti in una condizione di marginalità strutturale. Tra queste persone, sono frequenti i casi di abuso di alcool, nella ricerca di una qualche forma di conforto.


Qui tanti disperati bevono, il mio amico ha perso tutti i documenti nell’incendio, prima lavorava tutti i giorni e sentiva la sua famiglia. Adesso non più perché ha vergogna. Non ha un carattere forte, è molto debole e la sera beve. Vorrei aiutarlo, ma se rimane qui c’è poco da fare, la sera beve per non pensare e per dormire. Altrimenti che fa?


LA QUESTIONE ABITATIVA:

 

Gli insediamenti della Piana di Gioia Tauro sono specchio fedele dello stato d’animo di chi vi risiede: incertezza, marginalizzazione, insicurezza, desolazione.

Il maggiore insediamento informale, per numero di presenze ed estensione, è rappresentato, come negli anni passati, dalla Tendopoli di San Ferdinando, che ha ospitato dalle 700 alle 800 persone durante i mesi di picco della raccolta degli agrumi, e circa 250 in bassa stagione. Le condizioni dell’insediamento sono ancor più precarie che negli anni passati, in assenza di un ente gestore e con servizi essenziali quali la rete elettrica e l’acqua del tutto insufficienti. Inoltre, a differenza dell’anno passato, non è presente un presidio dei Vigili del Fuoco, nonostante l’elevato rischio di incendi a causa delle stufe di fortuna o dei fuochi improvvisati usati dai braccianti per riscaldarsi.

Nel campo container di Testa dell’Acqua, a Rosarno, risiedono circa 200 persone nei mesi di picco della stagione agrumicola. Seppur siano garantiti alcuni servizi essenziali (acqua corrente ed elettricità) il contesto resta comunque degradato e le condizioni di vita estremamente precarie.

Presso il casolare di Contrada Russo sono presenti 150 persone nei mesi di picco e circa 40 persone negli ultimi mesi di lavoro. Attorno ad un casolare centrale si sviluppano delle tende create con materiali vari, nelle quali i braccianti vivono circondati da immondizia, senza acqua ed elettricità.

Le condizioni di vita dei braccianti agricoli, sono solo l’effetto di numerosi elementi (soggettivi e oggettivi) che insieme hanno contribuito negli anni a infondere nei cittadini stranieri – i quali costituiscono la principale manodopera agricola del nostro paese - un senso di scoraggiamento e desolazione che inevitabilmente si rispecchia anche nei luoghi in cui vivono e nelle abitudini quotidiane. La collocazione degli insediamenti, tutti distanti dai centri abitati, se da un lato facilita il raggiungimento dei luoghi di lavoro, dall’altro aumenta la distanza tra i braccianti agricoli e la popolazione locale.

Nonostante negli ultimi anni si siano susseguite dichiarazioni di intenti e iniziative istituzionali volte al “superamento degli insediamenti informali” - finanziamenti nazionali ed europei, Piani di azione, Protocolli di intesa, tavoli programmatici - l’ennesima stagione agrumicola si è conclusa senza alcun concreto miglioramento oggettivo delle condizioni abitative e di vita dei lavoratori agricoli stranieri.

Le novità più recenti riguardano la realizzazione del “Borgo Sociale”, in Contrada Russo (Comune di Taurianova), nell’ambito del progetto interregionale Su.Pr.Eme finanziato dalla Regione Calabria attraverso il Fondo Asilo Migranti Integrazione (FAMI) emergenziale della Commissione Europea.

Il “Borgo” è costituito da ventiquattro moduli abitativi (container) con quattro posti letto ciascuno, destinati ad ospitare 96 persone tra coloro che risiedono da anni nell’insediamento informale di Taurianova. Al suo interno sono stati predisposti anche un campo da calcio, una lavanderia e uno spogliatoio, un luogo adibito alla preghiera e una sala comune. Tuttavia il campo, terminato alla fine del 2022, non è stato ancora aperto ai braccianti a causa di un errore di progettazione dell’alimentazione elettrica, nonostante l’apertura fosse prevista a fine maggio 2022 e sia poi slittata a settembre 2022. Le richieste da parte dei braccianti di Contrada Russo sono state numerose e il censimento è già stato effettuato, ma di fatto a distanza di quasi un anno, ancora nulla è cambiato, se non il progressivo deterioramento del luogo.

A Rosarno invece è stato ultimato il “Villaggio della Solidarietà”, sito in Contrada Carmine, in un bene confiscato alla mafia. I lavori, iniziati per la prima volta nel 2010, a seguito della rivolta dei braccianti e poi sospesi per oltre dieci anni, sono ripresi recentemente grazie allo stanziamento di fondi ministeriali. La struttura è destinata principalmente ai lavoratori che vivono presso il campo container di Testa dell’Acqua, ma si tratta di una soluzione abitativa di non facile accesso per i braccianti, dal momento che è necessario presentare richiesta allegando il permesso di soggiorno, un documento di identità e il contratto di lavoro, accompagnati da una richiesta da parte del datore di lavoro, il quale deve specificare la tipologia del contratto e allegare il modulo UNILAV. Nonostante il trasferimento delle 17 persone che ne hanno presentato richiesta fosse stato programmato per il mese di maggio, ad oggi tutto è ancora fermo, in attesa che vengano definiti gli aspetti organizzativi e gestionali.

Un altro nuovo progetto che ha come obiettivo l’inserimento abitativo è rappresentato dall’ “Agenzia sociale per l’abitare”[8], rivolta ai migranti regolari residenti nel casolare di contrada Russo e nel territorio di Taurianova, con l'obiettivo di ridurre l’emarginazione sociale e favorire forme di accoglienza diffusa attraverso la ricerca e l’individuazione di abitazioni sfitte[9]. Nonostante il progetto preveda delle agevolazioni economiche e sociali, quali l’erogazione di voucher integrativi per le spese di affitto e utenze messi a disposizione dal Comune di Taurianova, a due anni dal suo avvio sono state soltanto 8 le persone che hanno trovato una casa. I limiti risiedono principalmente nella difficoltà ad individuare abitazioni che non richiedano importanti interventi di ristrutturazione e nella reticenza dei proprietari ad intestare il contratto di locazione direttamente ai migranti.

A fronte dei ritardi e della timidezza delle iniziative istituzionali, un esempio coraggioso e lungimirante viene proposto dalla società civile. Da più di un anno, a gennaio 2022, ha infatti aperto i battenti l’ostello “Dambe So”, su iniziativa del progetto Mediterranean Hope, della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI). Si tratta di una struttura collocata a San Ferdinando, che coniuga i temi dell’abitare e del lavoro proponendo un modello sostenibile basato sul coinvolgimento attivo dei lavoratori come soggetti di diritti e cittadinanza e della comunità locale, sulla responsabilità sociale dei produttori locali, sulla filiera etica e sulla sostenibilità economica. Ad un anno dall’avvio, i risultati sembrano incoraggianti: sono più di 30 le persone che sono state ospitate in 7 appartamenti e dal prossimo ottobre gli appartamenti diventeranno 14, a dimostrazione di come coniugare salute, lavoro, diritti e sviluppo dei territori sia un orizzonte possibile, ma solo superando l’approccio emergenziale e frammentario, l’isolamento e i fenomeni di sfruttamento e affrontando in primo luogo i temi dei diritti fondamentali e della dignità del lavoro.

 

 

 

[8] Progetto avviato nel novembre 2020 e conclusosi nell'ottobre 2022

[9] L’iniziativa rientra nell’ambito del progetto interregionale “SU.PR.EME. – Sud Protagonista nel superamento delle Emergenze”, finanziato dalla Regione Calabria attraverso il Fondo Asilo Migranti Integrazione (FAMI) emergenziale e che ha come capofila il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

 


Mi chiamo C. e posso dire che quest’anno la mia condizione lavorativa è migliorata rispetto agli anni scorsi. Ho un contratto di lavoro e anche più giornate registrate nella busta paga, tuttavia mi trovo sempre a vivere in tendopoli, senza acqua calda, tra la sporcizia e il cattivo odore e sono costretto a lavarmi fuori dalla tenda anche in inverno. Vivo con altre 5 persone nella tenda, che provo sempre a riparare perché spesso entra l’acqua. Siamo costretti a dormire molto vicini soprattutto in inverno quando fa freddo, per poterci riscaldare. Con gli amici del mio paese abbiamo provato a cercare una casa vicino al terreno dove lavoriamo, ma non ci siamo mai riusciti perché i proprietari delle case pensano che non possiamo pagare l’affitto o che roviniamo la casa.


 

CONDIZIONI DI LAVORO


Le condizioni di lavoro, in leggero miglioramento dal punto di vista della retribuzione giornaliera, rimangono comunque caratterizzate nella maggior parte dei casi da irregolarità contrattuali e contributive, con il lavoro grigio che rappresenta la norma e il lavoro nero ampiamente diffuso.

La maggior parte dei lavoratori è impiegata in lavori di raccolta, ma alcuni svolgono mansioni più qualificate, come trapianti e potatura, o sono impiegati nelle fabbriche della zona.

Sono state 86 (tra le 94 incontrate) le persone che hanno fornito informazioni sulle condizioni lavorative. Il 50% di queste ha dichiarato di avere un contratto di lavoro, il 36% di non esserne in possesso, il 14% di non lavorare al momento del colloquio.

Tra le 43 persone che hanno affermato di avere un contratto, 33 hanno riferito di ricevere una busta paga e tra queste solo 16 hanno dichiarato quante giornate di lavoro erano registrate: massimo 25, minimo 7 giornate, a fronte di una media di 5-7 giornate lavorative a settimana effettivamente svolte.

Delle 25 persone che hanno fornito informazioni in proposito, nessuna aveva un contratto che superasse la durata di un anno (nello specifico in 11 casi della durata di 1 anno, in 14 casi della durata compresa tra 1 e 6 mesi). Per quanto riguarda la modalità di pagamento, dalle informazioni fornite da 62 persone risulta che il 40% è stato pagato tramite bonifico, il 39% tramite contanti, il 21% con modalità mista (bonifico e contanti).

 

I colloqui dell’equipe di MEDU con i braccianti hanno permesso di ottenere informazioni anche sui rapporti lavorativi instaurati durante il periodo di maggiore domanda lavorativa. In particolare, rispetto agli anni passati si è riscontrato un aumento della paga giornaliera, che si aggira tra i 45 € e i 50 € per 8 ore di lavoro in media. Si tratta di una paga superiore rispetto agli anni passati, quando era in media tra i 35 e i 45 €, ma comunque inferiore rispetto a quanto previsto dal CCNL di riferimento (11,15 €/ora). Tale aumento è attribuibile sia alla diminuzione dei lavoratori sul territorio nella Piana (minore offerta), che ad una maggiore consapevolezza dei braccianti dei propri diritti e in particolare delle condizioni contrattuali esigibili. Inoltre, l’aumento del costo della vita (pane, acqua, riso e beni di prima necessità in generale), ha indotto i lavoratori a richiedere una maggiore e più equa retribuzione, al fine di poter far fronte alle necessità quotidiane.

Tale dato, come già descritto in precedenza, è stato acquisito in un intervallo di tempo molto ristretto, visto che molti braccianti si erano già spostati verso altre mete lavorative, in particolare verso il Piemonte, la Puglia e la Campania.
La continuità dell’attività informativa svolta dagli operatori di MEDU nel corso degli anni, ha contribuito a diffondere una maggiore consapevolezza sui diritti sul lavoro e le caratteristiche di un contratto regolare. Ad oggi, in alcuni casi, sono gli stessi braccianti che, maggiormente informati, forti di una diminuzione dei lavoratori sul territorio della Piana e capaci di saper leggere e comprendere un contratto, una busta paga, le condizioni contributive e previdenziali, hanno la capacità di evidenziare gli aspetti positivi e negativi di una proposta di lavoro. Molti però sono anche quelli che, trovandosi in una condizione di estremo bisogno e non essendo sufficientemente informati, si trovano ad accettare condizioni di sfruttamento e irregolarità contrattuale, con tutte le difficoltà che ne conseguono, in particolare quella di non possedere i requisiti per il riconoscimento di un permesso di soggiorno o della disoccupazione agricola.

Allo stesso modo, in assenza di corrette informazioni, i lavoratori corrono il rischio di incorrere in vere e proprie truffe, come è accaduto lo scorso anno, quando numerosi braccianti hanno presentato richiesta del reddito di cittadinanza tramite CAF e patronati locali, non possedendo, però, nella maggior parte dei casi, il requisito della residenza protratta per dieci anni sul territorio italiano. In seguito ai controlli dell’INPS, agli interessati è stata chiesta la restituzione delle cifre percepite. MEDU ha pertanto consigliato di avviare tempestivamente la restituzione, mediante rateizzazione degli importi percepiti, per non incorrere in procedimenti penali.

L’attività informativa sulle normative inerenti all’immigrazione e l’asilo e sui diritti dei lavoratori resta pertanto fondamentale sul territorio della Piana di Gioia Tauro per permettere una graduale emancipazione dalle condizioni di sfruttamento e favorire la regolarità del soggiorno e il pieno godimento dei diritti fondamentali.

CONDIZIONI DI SALUTE
E ACCESSO ALLE CURE

Nel periodo di intervento, il team della clinica mobile ha prestato assistenza sanitaria a 59 braccianti effettuando 80 visite tra primi accessi e visite di follow up. Ad accedere al servizio sono stati in tutti i casi giovani uomini, ad eccezione di una donna. Il paziente più giovane aveva 22 anni e quello più anziano di 56 anni.

Relativamente alle condizioni di accesso alle cure, delle 85 persone che hanno fornito l'informazione - includendo sia le persone assistite dal punto di vista sanitario che coloro che hanno ricevuto assistenza legale - solo il 43% era in possesso di una tessera sanitaria valida (con medico in Calabria o in altra Regione) a fronte del 57% che non ne era in possesso oppure ne aveva una scaduta. Per comprendere quali siano le problematiche relative al limitato accesso alle cure, i fattori da prendere in considerazione sono molteplici, alcuni specifici della condizione in cui si trovano i migranti ed altri legati al funzionamento del SSN e di quello calabrese in particolare: complessità delle procedure burocratiche, barriere linguistiche in assenza di mediatori culturali, carenze strutturali dei servizi, dovute alle limitate risorse economiche e di personale, isolamento dei luoghi di dimora dei braccianti, in assenza di trasporti pubblici, condizioni di indigenza diffuse, che impediscono a molti braccianti di contribuire, nei casi in cui è richiesto, alla spesa sanitaria. Si è comunque constatata una buona disposizione a seguire le prescrizioni mediche e ad effettuare approfondimenti diagnostici quali radiografie, analisi di laboratorio o visite specialistiche.

Le problematiche del sistema sanitario regionale, già rilevanti negli anni passati, restano gravi, con la Calabria che si conferma nel 2022 come la regione meno efficiente d’Italia, con livelli di performance sanitaria che risultano inferiori al 30%, secondo quanto emerge dall’ IPS, l’Indice di Performance Sanitaria realizzato dall’Istituto Demoskopika[10]. In particolare, il rapporto 2022 segnala che in Calabria l’aspettativa di vita in buona salute alla nascita continua ad essere tra le peggiori d’Italia e registra una bassa soddisfazione dei cittadini per i servizi offerti e l’alta mobilità richiesta per accedere ai servizi sanitari in altre regioni. La Calabria si distingue come prima regione per spese legali e guida la graduatoria del comparto sanitario pubblico che ha accumulato più contenziosi e sentenze sfavorevoli. Inoltre, è la regione dove il maggior numero di famiglie scivola nell’area dell’impoverimento a causa delle spese sanitarie out of pocket[11]. Tali condizioni, già critiche e sfavorevoli per i cittadini italiani, hanno un impatto ancor più grave sui migranti, e non solo gli irregolari che non sono iscritti al SSN, bensì anche sulle persone regolarmente soggiornanti e residenti, a causa delle condizioni di indigenza in cui spesso si trovano.

Questa situazione, che si protrae da anni e risulta essere ormai strutturale, si traduce in una carenza qualitativa e quantitativa rilevante di servizi sanitari territoriali. Con il passare degli anni, gli abitanti della regione hanno iniziato ad affidarsi principalmente agli istituti privati. In due occasioni anche i pazienti visitati da MEDU hanno effettuato delle radiografie privatamente per evitare le lunghe attese previste dalle strutture pubbliche, ma chi non ha le disponibilità economiche per affrontarne i costi è ad alto rischio di esclusione da cure adeguate e tempestive. I lavoratori degli insediamenti precari sono in tal senso i più esclusi tra gli esclusi, dal momento che, oltre ad incontrare innumerevoli ostacoli burocratici per accedere ai servizi pubblici, non hanno la possibilità di affrontare i costi della sanità privata.

La situazione della ASP di Reggio Calabria, ormai da anni unica Azienda sanitaria commissariata, e della Piana di Gioia Tauro in particolare è emblematica del generale stato di dissesto del sistema sanitario regionale calabrese. Sebbene le procedure per il rilascio e rinnovo tessere sanitarie e scelta del medico di base per cittadini stranieri siano in parte migliorate grazie all’ aumento degli uffici e del personale, persistono ancora difficoltà e ostacoli burocratici che impediscono ad oltre la metà della popolazione degli insediamenti precari assistita di accedere al medico di medicina generale.

In relazione alle condizioni di salute della popolazione assistita, il quadro epidemiologico generale conferma la stretta correlazione tra le condizioni di salute e le condizioni igienico-sanitarie, lavorative e abitative in cui vive la popolazione bracciantile della Piana: emarginazione sociale, condizioni abitative ed igienico-sanitarie estremamente precarie, mancanza di acqua potabile e riscaldamento, condizioni lavorative disumane, alimentazione scorretta o insufficiente, ostacoli nell’accesso ai diritti fondamentali.

Per quanto riguarda le patologie riscontrate, si conferma la prevalenza di patologie dell'apparato osteo-articolare (nel 22% dei casi). Seguono le patologie dell’apparato digerente (12% dei pazienti) dovute oltre che alle precarie condizioni di vita e all’impossibilità di cucinare in un ambiente pulito, anche al consumo di acqua piovana o stagnate sui luoghi di lavoro. Successivamente troviamo le malattie oculistiche, malessere generale e stanchezza, disturbi psichici e comportamentali. Ognuno di questi tre gruppi di patologie è stato riportato con una frequenza di circa il 10%. Seguono le malattie della cute 7%, odontoiatriche 5%, respiratorie 5%, e casi sporadici di malattie cardiovascolari, malattie infettive, genito urinarie, traumatismi, ed altro. Dalle visite di follow up è emersa anche una prevalenza delle patologie osteoarticolari, con richiesta di continuazione della terapia (FANS), o la richiesta di prendere visione del referto radiografico. In alcuni casi, le visite ripetute per malessere generale e stanchezza, rispondevano all’esigenza di ricevere rassicurazioni e di un contatto umano con gli operatori di MEDU.

Tali statistiche mostrano una diminuzione dei pazienti con patologie di tipo respiratorio (bronchiti, sindromi influenzali, faringiti, sindromi da raffreddamento) che è probabilmente da attribuire ad un inverno abbastanza mite come anche all’efficacia delle attività di prevenzione adottate dopo la pandemia, in particolare la distribuzione di igienizzanti per le mani e di mascherine.

L’invio ad altre strutture o medici specialisti è avvenuto nel 15% dei casi, nello specifico: nel 6% ad altri specialisti o per esami diagnostici nel 4% al medico di medicina generale, in altri casi più sporadici all’ambulatorio odontoiatrico dell’INMP. Infine, sono state predisposte alcune relazioni individuali per soggetti fragili, con dipendenza da alcool e droghe, per chiedere che venissero ospitati in una struttura protetta, purtroppo senza esito.

Nel primo mese di attività, un abitante della tendopoli di San Ferdinando è stato ricoverato per tetano presso il reparto di cure intensive dell’ospedale di Polistena, fortunatamente con esito positivo. A seguito di questo caso, è stata avviata una raccolta dati e una campagna informativa sulla vaccinazione contro il tetano. Solo una minoranza dei soggetti è risultata vaccinata recentemente, nella maggior parte dei casi in occasione di un impiego nelle regioni settentrionali. Non esiste invece documentazione delle vaccinazioni effettuate allo sbarco e negli hotspot, come è anche impossibile risalire alle vaccinazioni fatte nel paese di provenienza. Apparentemente, solo ai minori di età, al momento dello sbarco, viene somministrato il ciclo completo di vaccinazioni dell’obbligo. Per ottenere informazioni attendibili sull’entità del problema sono stati richiesti al Dipartimento di Igiene e Sanità Pubblica dell'ASP di Catanzaro i dati relativi ai casi di tetano nelle 5 ASP calabresi negli anni 2020-2021-2022. Da quanto riferito, sono stati notificati solo due casi di tetano, ai quali va aggiunto il caso verificatosi nel 2023 a Polistena. La prevalenza risulta quindi in linea con quella delle altre regioni e non sembra risulti una maggiore incidenza tra i cittadini stranieri. Tuttavia, considerato che i braccianti agricoli sono una categoria a rischio per questa malattia e date la difficoltà ad accertare la copertura vaccinale delle persone impiegate nel lavoro dei campi, si è ritenuto opportuno predisporre una brochure informativa per facilitare una campagna di sensibilizzazione sul tema. Inoltre è stato definito, con lo staff responsabile della ASP di Reggio Calabria, un programma di informazione ed educazione per incrementare la copertura vaccinale del tetano nei braccianti. Infine, si è stabilito, in collaborazione con il responsabile della S.S. Medicina delle migrazioni di Lamezia Terme, di coordinare l’intervento a livello regionale, per poter coprire tutti i braccianti operanti in Calabria.

 

[10] L’Indice di Performance Sanitaria prende in considerazione sette indicatori con dati desunti da diverse fonti istituzionali: soddisfazione sui servizi sanitari, aspettativa di vita in buona salute alla nascita, mobilità attiva, mobilità passiva, spesa sanitaria, famiglie impoverite a causa di spese sanitarie out of pocket, spese legali per liti da contenzioso e da sentenze sfavorevoli, costi della politica.

 

[11] Con una quota del 4,2% quantificabile in più di 30 mila nuclei familiari

 

Durante la stagione della raccolta degli agrumi, MEDU opera un giorno a settimana nei pressi della tendopoli di San Ferdinando, certamente uno dei luoghi più degradati dove ho prestato servizio con la clinica mobile di MEDU nella Piana di Gioia Tauro. Creata per sistemare in un campo di tende del Ministero dell’Interno, con acqua, cucine e servizi, i braccianti che avevano abbandonato la baraccopoli di San Ferdinando dopo l’incendio che l’aveva devastata nel gennaio del 2018, come spesso accade in Italia è scivolata lentamente in uno stato di degrado ormai irreversibile. Dopo la conclusione del contratto con l’ente che lo gestiva, il campo è stato completamente abbandonato diventando una terra di nessuno. Presso l’ambulatorio mobile, i braccianti vengono visitati ed eventualmente ricevono prescrizioni o terapia. Durante una delle prime uscite, riceviamo la richiesta di visitare un bracciante che si trova in una tenda perché ha la febbre e non se la sente di venire fino al camper. Accompagnati dal mediatore, veniamo accompagnati in una delle tende. Durante il breve tragitto mi vengono in mente i campi dei rifugiati del Sud-Sudan gestiti da UNHCR ed è scontato il confronto. Nel campo dove avevo lavorato in Africa, i rifugiati erano sistemati in tende unifamiliari, una latrina ed una doccia per ogni due famiglie, c’erano scuole con tanti bambini ed ambulatori che per quanto sguarniti di personale e medicine esistevano e davano l’impressione di un tessuto sociale. Nella tendopoli di San Ferdinando abitano solo uomini, alle tende si sono aggiunte baracche costruite con materiale di scarto, alcune persone ubriache o con disagio psichico vagano tra le tende senza alcuno scopo. La condizione all’interno delle tende è altrettanto scoraggiante: nessuna ventilazione, poca luce, dieci o dodici giacigli per tenda, dove vivono altrettante persone, senza mobili con le loro cose sparse per terra, una cucina al centro dove uno degli occupanti della tenda sta cucinando qualcosa. Il nostro paziente sta in un angolo, è vigile, cosciente e si muove con facilità, ha però la febbre alta, dall’anamnesi non emerge niente di particolare e lui riferisce di soffrire periodicamente di ascessi dentari. Nell'impossibilità di poter condurre una visita più approfondita in quelle condizioni gli somministriamo un antibiotico a largo spettro ed un antipiretico per alleggerire la febbre, col proposito di visitarlo nuovamente presso l’ambulatorio mobile il giorno successivo e seguire l’evoluzione della malattia. Il giorno dopo, non riuscendo a passare dalla tendopoli, telefoniamo ad un nostro contatto, il quale ci informa che il paziente è peggiorato nella notte, è stata chiamata un'ambulanza ed è stato ricoverato presso l’ospedale di Polistena. Telefoniamo all’ospedale di Polistena che ci conferma che il paziente è ricoverato in rianimazione. Alla fine della giornata di visite, decido di passare dall’ospedale di Polistena per parlare con i colleghi medici che lo hanno ricoverato. Incontro la dottoressa, primario della rianimazione, la quale mi riferisce che il paziente ha avuto una crisi respiratoria nel corso della notte ed è stato ricoverato d’urgenza, nel frattempo si era manifestato il trisma, era un caso di tetano. Rimango molto sorpreso, avendo lavorato alla sorveglianza delle malattie infettive per la regione Lazio per 5 anni, gli sporadici casi di tetano notificati erano in gran parte donne (che non avevano fatto il militare) o con più di 60 anni. In Italia, la vaccinazione antitetanica è stata resa obbligatoria dal 1938 per i militari, dal 1963 per i bambini nel secondo anno di vita e per alcune categorie professionali considerate più esposte a rischio di infezione (lavoratori agricoli, allevatori di bestiame, ecc.), mai mi sarei aspettato di vedere un giovane di circa 30 anni colpito da tetano. Ovviamente lui proveniva da un contesto diverso dell’Italia ed anche se alcune vaccinazioni, come quella antitetanica, hanno ormai raggiunto buone coperture in alcuni paesi africani è inevitabile che ci siano ancora persone non vaccinate. Non essendo stato possibile raccogliere una anamnesi vaccinale accurata, avevo anche dato per scontato che questa persona, essendo un bracciante doveva essere comunque stata vaccinata per il lavoro che faceva, dimenticando ancora una volta il contesto dove mi trovavo, braccianti senza contratto, che lavorano a giornata con datori di lavoro poco scrupolosi, entrati in Italia senza permesso di soggiorno che, nel caso non siano stati vaccinati nel corso della prima assistenza all’arrivo in Italia, difficilmente lo saranno in futuro. La dottoressa mi assicurò che ormai il paziente stava bene, aveva reagito bene alle gammaglobuline ed alla vaccinazione di richiamo, probabilmente aveva fatto una dose di vaccinazione da bambino senza effettuare il richiamo, e aggiunse che non era un caso isolato di bracciante extracomunitario con il tetano, ne aveva visti altri. Con grande sollievo di tutti il suo caso si risolse positivamente, dopo due giorni, venne dimesso, non siamo però riusciti a incontrarlo perché, appena dimesso, era partito per la Sicilia andando a lavorare alla raccolta dei pomodori pachino. Dopo aver passato chissà quante avversità, e probabilmente anche rischiato la vita nel viaggio dal suo paese all’Italia, aveva dovuto affrontare un’altra difficile sfida quando si riteneva ormai al sicuro, ma anche stavolta ce l’aveva fatta.

TESTIMONIANZA DEL MEDICO DELLA CLINICA MOBILE

CONCLUSIONI E RACCOMANDAZIONI

A dieci anni dall’avvio dell’intervento di MEDU nella Piana di Gioia Tauro, appare inevitabile confrontare lo scenario attuale con quello di allora. Quando la clinica mobile ha avviato il progetto Terragiusta nel 2014, oltre il 70% dei lavoratori assistiti aveva un regolare permesso di soggiorno, ma quasi il 90% lavorava in nero per circa 25 euro al giorno. Oggi le persone regolarmente soggiornanti sono il 92%, quelle con un contratto di lavoro il 50%, sebbene le irregolarità retributive e contributive rappresentino la norma, pertanto il lavoro “grigio” e “nero” continuano a rappresentare le modalità di impiego prevalenti. La paga giornaliera appare in netto aumento, soprattutto nel corso dell’ultimo anno, complici il calo progressivo della produzione agrumicola e la contrazione della manodopera disponibile nella Piana. Resta però inferiore rispetto a quanto previsto dai CCNL di settore e comunque inadeguata, considerando le condizioni di lavoro, la precarietà dell’impiego e il significativo aumento del costo della vita. Ma l’aspetto più desolante resta lo scenario che si presenta a chi si trova a percorrere la Piana nei mesi della raccolta agrumicola: la tendopoli di San Ferdinando appare nelle stesse condizioni di allora, con tende logore alle quali si affiancano baracche fatiscenti, in assenza di servizi essenziali e con mucchi di rifiuti a delimitare l’area. Il campo container di Rosarno, allestito all’indomani della rivolta del 2010 e ormai in condizioni di degrado, resta la sistemazione più auspicabile, nonostante la distanza dalla città, i servizi carenti e il sovraffollamento. I casolari di Drosi e Taurianova, ora come allora offrono rifugio a decine di braccianti, in assenza di tutto. Nel corso di dieci anni si è assistito a sgomberi, incendi, ad un succedersi di tendopoli ministeriali con enti gestori a intermittenza, sempre destinate a trasformarsi in baraccopoli insalubri e sovraffollate. La salute dei braccianti agricoli, ora come allora, è fortemente condizionata dalle condizioni di vita e di lavoro, con una prevalenza di patologie legate al freddo, alla cattiva alimentazione, all’eccessivo carico di lavoro e alle pessime condizioni igienico-sanitarie in cui versano gli insediamenti informali. Nessuna politica abitativa coerente, lungimirante e a beneficio dell’intera comunità locale, ha visto la luce in questi anni, nonostante il succedersi di Protocolli e proclami, Tavoli istituzionali e stanziamenti di fondi più o meno emergenziali. Alcune novità sembrano timidamente affacciarsi sul panorama della Piana, ma le più concrete e sostenibili sembrano al momento essere quelle messe in campo dal terzo settore – in particolare l’Ostello Sociale “Diambe So” inaugurato dal progetto Mediterranean Hope (FCEI) a San Ferdinando” - mentre quelle di stampo istituzionale tardano ancora una volta a trovare piena attuazione. Il “Borgo Sociale” di Contrada Russo, un campo container dotato di diversi servizi, non ha ancora aperto i battenti, nonostante l’inaugurazione fosse prevista a fine maggio 2022 e anche il “Villaggio della Solidarietà di Rosarno” resta ancora chiuso per questioni organizzative, nonostante i lavori di ristrutturazione si siano conclusi nel mese di maggio.

E d’altra parte la debolezza delle istituzioni locali resta una costante, tra commissariamenti per infiltrazioni mafiose e piani disattesi[12].

Quanto al comparto agricolo e in particolare agrumicolo nella Piana, un agricoltore intervistato dal team di MEDU nel 2014 riferiva: “il blocco del mercato russo[13] sta avendo grande impatto sulle nostre esportazioni. Con la chiusura delle frontiere, il mercato italiano non sarà in grado di assorbire la produzione locale di arance, anche perché saremo invasi di agrumi greci e spagnoli, più a basso costo. E questo schiaccerà ancor più i prezzi”. Ancora oggi il comparto agricolo è caratterizzato dal predominio della grande distribuzione organizzata che, comprimendo i prezzi degli agrumi, inibisce la crescita del mercato e la tutela dei lavoratori. Come evidenziato nel Quaderno Zero del Collettivo Valarioti: “il connubio grande distribuzione organizzata – ’ndrangheta grava sui produttori, e la conseguente schiavitù dei e delle braccianti, rivela che, malgrado la scarsa profittabilità del settore sul territorio, l’agrumicoltura può generare ancora oggi ricchezza per la Piana, se si redistribuisce diversamente quanto oggi è nelle sole mani dei colossi del commercio e, soprattutto, se si scardinano le ingerenze criminali[14]”.

L’emanazione di importanti provvedimenti normativi come la legge n. 199 del 2016 per il contrasto al caporalato, e iniziative come l’istituzione nel 2018 del Tavolo Caporalato e la conseguente approvazione nel 2020 di un “Piano Triennale per il contrasto al caporalato ed allo sfruttamento lavorativo in agricoltura” non hanno avuto un impatto significativo sui fenomeni di sfruttamento.

[12] I più recenti sono il “Protocollo di intesa per il superamento della marginalità sociale e delle situazioni di degrado dei migranti presenti nella tendopoli di San Ferdinando e delle altre aree della Piana di Gioia Tauro” del 2021 e, a livello nazionale, il “Piano Triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato”, di durata triennale (2020-2022).  

[13] Fa riferimento all’embargo imposto dalla Russia all’importazione di alcuni prodotti lattiero-caseari, ortofrutticoli, zootecnici, della pesca e di prodotti agroalimentari trasformati provenienti da UE, Stati Uniti, Canada, Australia e Norvegia in seguito alla crisi Ucraina scoppiata nel febbraio 2014.

[14] https://www.corrieredellacalabria.it/wp-content/uploads/2021/10/quadernozero_collettivovalarioti-1.pdf

 

Alla luce del quadro descritto, MEDU chiede:

Al Governo:

- Rendere noti i risultati ottenuti attraverso l’implementazione del “Piano Triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato (2020-2022)”, in particolare in termini di potenziamento dei servizi di incontro tra domanda ed offerta di lavoro (CPI), accesso ad alloggi dignitosi, trasporto dei lavoratori, vigilanza e contrasto dei fenomeni di sfruttamento

- Al Ministero delle Politiche agricole e alla Commissione europea, l’apertura di un dialogo immediato sull’applicazione di misure - quali le clausole di salvaguardia previste nei trattati dell'Unione europea - che ristabiliscano i principi del mercato e della concorrenza leale.

- Promuovere politiche e investimenti di sistema per il rilancio del settore agricolo nel Mezzogiorno d’Italia ed in particolare in Calabria, ad esempio attraverso incentivi alle aziende che garantiscano una produzione di qualità ed etica, rispettosa dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente;

Alla Regione Calabria:

- L’attuazione di politiche e misure atte a promuovere l’abitare diffuso presso i Comuni della Piana, riqualificando anche il patrimonio immobiliare locale, come del resto previsto anche dell’azione 2 del Protocollo d’intesa di settembre 2021;

- Pianificazione di azioni strutturali atte a garantire la sostenibilità a medio-lungo termine dei progetti abitativi attualmente finanziati con fondi Su.Pr.Eme;

- Potenziare il servizio di trasporto pubblico nella Piana di Gioia Tauro e nell’intera Regione;

- Potenziare i servizi sanitari pubblici territoriali, in particolare le Case della Salute, i Centri di Salute mentale e gli ambulatori STP;

Ai Comuni della Piana:

- Promuovere modelli abitativi virtuosi, atti a favorire l’integrazione e la coesione sociale a vantaggio dell’intera comunità territoriale,

- assumere un ruolo centrale nell’ individuazione di immobili pubblici inutilizzati da mettere a disposizione dei lavoratori, dopo eventuali interventi di ristrutturazione, a fronte di un canone di affitto sostenibile;

- Promuovere iniziative di coabitazione sociale come l’Ostello Sociale inaugurato a San Ferdinando;

- Facilitare l’accesso all’iscrizione anagrafica al fine di permettere il rilascio/rinnovo della maggior parte dei permessi di soggiorno, applicando, ove necessario, la normativa vigente relativa alla residenza fittizia;

Alla Prefettura di Reggio Calabria:


- Monitorare l’effettivo accesso all’iscrizione anagrafica presso i Comuni della Piana di Gioia Tauro interessati dalla presenza di insediamenti precari;


- Monitorare le condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza all’interno degli insediamenti informali, al fine di garantire il rispetto di standard minimi

Alla Questura di Reggio Calabria:

- Ridurre i tempi di attesa per il rilascio/rinnovo di tutti i permessi di soggiorno, in ottemperanza alle normative vigenti 

All’ispettorato del lavoro:

- Potenziare i controlli sulle aziende per far emergere e contrastare il lavoro nero e le irregolarità contrattuali