Non lasciamoli soli- la testimonianza di Irene al confine italo-francese

Sono rientrata dalla mia esperienza ad Oulx con l’esigenza impellente di testimoniare. Ma non è facile esprimere a parole cos’è una realtà di confine, com’è l’attività di medico in un paesino circondato dalle montagne dove ogni giorno si incrocia un’umanità con un passato tanto complicato quanto è incerto il suo futuro. Da diversi anni con MEDU partecipo come volontaria ad un altro progetto a Roma, Un camper per i Diritti. Le storie dei migranti, le cicatrici sui loro corpi, che comunicano più di tanti racconti, non mi sono del tutto nuove. Questa volta però ho deciso di partire per vedere più da vicino come prosegue il viaggio di quei tanti ragazzi e ragazze che incontro con MEDU alla stazione Termini e dicono di voler lasciare al più presto Roma, con destinazione un altrove non sempre precisato in Europa.

E ho scoperto che ad Oulx arrivano uomini, donne, anche bambini, con la risoluta volontà di andare avanti, rafforzata dalla consapevolezza di essere quasi arrivati. Portano ferite di vecchi traumi, fisiche o psicologiche, insieme a tracce fresche del loro lungo viaggio. Piedi rovinati dai chilometri percorsi o dall’elettricità di un traliccio su cui si sono arrampicati per non essere arrestati, polsi rotti in scontri con gendarmi, infezioni contratte e mai trattate, disagi psichici non sempre ben controllati. “L’inferno” che attraversano lascia su ognuno i segni più svariati.

L’ambulatorio di MEDU è un box blu nel giardino del rifugio che ospita i transitanti, un ambiente riservato, dove un’assistenza medica benché breve può diventare importante per chi da mesi o anni non ha accesso alle cure. Molti hanno necessità in acuto, come medicazioni o analgesici per alleviare il dolore nel percorso attraverso la frontiera, per altri è l’occasione per fare il punto su disturbi cronici a lungo trascurati. Qualcuno a volte sta apparentemente bene, ma quando chiedi “sono un medico, ti serve qualcosa?” sembra ricordarsi improvvisamente di problemi dimenticati. Spesso ho avuto la percezione che quel piccolo spazio dell’ambulatorio trasmettesse un senso di calma, di fiducia, diventasse un contesto tutelato dove far emergere il proprio vissuto, dove si possono raccontare il deserto, i lager, il mare, le montagne, dove si può piangere e parlare. Dopo tanto sforzo per nascondersi, un posto in cui essere meno invisibili.

Irene Mignini , Medico presso il Policlinico Universitario Gemelli e volontaria di Medici per i Diritti Umani – MEDU