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La Libia non è un porto sicuro
Consegnare migranti alla Guardia Costiera libica è reato, agevolare le intercettazioni dei guardiacoste di Tripoli configura il reato di “abbandono in stato di pericolo di persone minori o incapaci e di sbarco e abbandono arbitrario di persone”. Questo perché la Libia “non è porto sicuro” e il Codice della navigazione prevede che le persone soccorse in mare debbano subito essere portate in un luogo sicuro.
Adesso lo ha stabilito anche la Corte di Cassazione in una sentenza di straordinaria rilevanza con cui diventa definitiva la condanna del comandante del rimorchiatore Asso 28 che nel luglio del 2018 prese a bordo 101 migranti arrivati su un gommone nei pressi di una piattaforma petrolifera e li riportò in Libia consegnandoli alla Guardia costiera di Tripoli.
Finalmente anche la Corte suprema riconosce ciò che tutte le organizzazione di tutela dei diritti umani denunciano da anni, ovvero che consegnare i migranti soccorsi nel Canale di Sicilia alla Libia equivale a una condanna.
Medici per i Diritti Umani denuncia da nove anni i gravissimi abusi commessi su migranti e rifugiati in Libia. “Fuggire o Morire”, il primo rapporto di MEDU realizzato sulla base di decine di testimonianze dirette di persone sopravvissute ai lager libici risale infatti al 2015. La Libia era ed è tuttora la “fabbrica della tortura” dove vengono commessi in modo sistematico crimini contro l’umanità nei confronti di migranti e rifugiati.
Auspichiamo che questa nuova sentenza, che farà giurisprudenza, obblighi il governo italiano a rivedere in modo radicale gli accordi con il paese nordafricano in materia di migrazione. Auspichiamo altresì che quanto deciso dalla Corte di Cassazione stimoli una nuova riflessione pubblica volta a riportare il rispetto dei diritti umani fondamentali al centro delle politiche migratorie dell’Italia e dell’Unione europea.
Leggi il rapporto “La fabbrica della tortura” clicca il link
https://mediciperidirittiumani.org/medu/wp-content/uploads/2020/03/marzo_medu_2020_it_web.pdf