Non c’è ombra di pace per gli abitanti dei territori palestinesi occupati

L’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da coronavirus ha aggravato le tensioni in un’area in perenne conflitto. All’attenzione dell’opinione pubblica ritorna la questione del blocco a cui è sottoposta Gaza e le sue conseguenze sulla salute dei palestinesi. Il blocco imposto da Israele nel 2007 prevede la proibizione di approvvigionamenti di cibo e limitazioni nella fornitura di energia elettrica. Le gravi ripercussioni sulla vita e in particolare sulla salute della popolazione di Gaza sono facilmente immaginabili.

Secondo i dati aggiornati al 19 settembre 2020, nei territori palestinesi occupati, sono stati registrati in totale 43.345 casi di Covid-19 di cui 1.551 nella Striscia di Gaza. Il Ministero della salute, sia a Gaza che a Ramallah, aveva annunciato di non essere in grado di far fronte all’emergenza sanitaria data la crisi umanitaria già in atto, lamentando la carenza di materiale sanitario e dispositivi di protezione per il contenimento del virus. Nonostante nei primi mesi il contagio, soprattutto a Gaza, sia stato contenuto nei numeri grazie a una gestione attenta della crisi e a misure più restrittive, negli ultimi mesi c’è stata un’escalation di contagi che ha messo a dura prova un sistema sanitario estremamente fragile e inadeguato.

Il blocco dura da circa 13 anni ed implica che molti tipi di cure, soprattutto specialistiche, non siano disponibili a Gaza. Inoltre, il personale medico non ha la possibilità di aggiornarsi periodicamente.
L’insufficienza di attrezzature mediche necessarie per trattare i pazienti affetti da Covid-19 è aggravata dalle già precarie condizioni in cui riversa il sistema sanitario palestinese. Inoltre, l’impossibilità di ottenere permessi per poter uscire per motivi di salute rende ancora più allarmante le condizioni di vita della popolazione.

MEDU da anni collabora con la Ong israeliana Physicians for Human Rights nell’ambito di un progetto per la tutela del diritto alla salute della popolazione palestinese attraverso la realizzazione di cliniche mobili per la salute della donna e del bambino e di un open clinic per l’assistenza medica e legale dei rifugiati. A causa dell’emergenza Covid-19 le attività del progetto sono state rimodulate: sono stati attivati servizi a distanza e un sistema di sorveglianza attiva per l’identificazione precoce di casi di contagio.

Non c’è ombra di pace per gli abitanti dei territori palestinesi occupati che vivono una guerra che non accenna a finire e il far fronte a un nemico comune, il coronavirus, ha accentuato le tensioni dalle quali ne derivano gravi violazioni dei diritti umani, a partire dal diritto alla salute.

 

21 settembre 2020, International Day of Peace