Diario dalla Capitanata – voci del team Terragiusta

Il casolare è delimitato da un recinto in filo spinato su cui all’ora del rincaso i ragazzi lasciano ad asciugare i vestiti. Il vento timido dell’estate di Capitanata non osa scuotere le camicie lerce, consumate dalla terra e dal lavoro: sono degli spettri intrappolati in un limbo, immobilizzati dalle punte arrugginite della cancellata fatiscente. 

Soltanto quando il sole comincia a morire tra le colline qualche auto inchioda e accosta vicino al casolare. A gruppi di 6 o 7 sbucano dal bagagliaio di auto o furgoni i braccianti. Gli autisti scompaiono svelti chissà dove, come se non fossero mai stati lì. Più guardiamo  questi ragazzi, più realizziamo incredule e disgustate che migliaia di lavoratori delle filiere del “made in Italy” vivono in condizioni al limite della schiavitù. Il mercato avanza, ma il bracciante sfruttato resta solo, invisibile e minuscolo nel suo sudore, a volte nel suo sangue. 

Si avvicina O. ricoperto di terra. Ci guarda spaventato perché già sa che dovremo dargli delle cattive notizie. Infatti dobbiamo comunicargli che il risultato della sua commissione è pronto e che deve andare in questura per farselo notificare. O. è Nigeriano e temiamo che l’esito sia negativo e forse non sbagliamo. Siamo ad agosto, ci facciamo due conti per capire se è il caso di andare subito in Questura o aspettare settembre quando sarà più facile trovare un avvocato per il ricorso. Ci chiede di accompagnarlo, lo rassicuriamo dicendogli che lì ci saranno degli interpreti ad aiutarlo e che forse è il caso di imparare l’italiano visto che vive in Italia già da tre anni. Riusciamo a strappargli un sorriso, quel sorriso rubato alla terra gli cambia completamente i connotati. Tiriamo un sospiro di sollievo e silenziosamente lo ringraziamo per averci concesso quella brevissima risata. È stata una giornata pesante, ci saluta e va a concedersi una secchiata di acqua riscaldata dal sole e un po’ di relax su un materasso all’ombra.

Oggi, abbiamo spiegato ai ragazzi l’iter di rinnovo e conversione del permesso di soggiorno umanitario a quello di lavoro. Nel corso della stagione, abbiamo potuto rilevare durante i colloqui in clinica mobile quanto la preoccupazione legata al rinnovo dei documenti abbia un impatto negativo sulla salute e sul benessere psicofisico di braccianti stanziali e stagionali. I più giovani mostravano già in volto i segni della fatica alternati a sentimenti di delusione, abbandono e sfiducia. In molti però hanno lasciato le loro faccende e si sono avvicinati per ascoltare le nostre istruzioni, per porci domande, per chiederci consigli. Mostrando i documenti e le modalità di compilazione necessari in questo spazio condiviso, in tanti hanno potuto chiarire i propri dubbi rispetto al percorso di regolarizzazione, acquisendo un po’ di fiducia e maggiore consapevolezza.
Sono quasi le nove di sera, la giornata sta volgendo al termine e il cielo imbrunisce molto prima di quando abbiamo iniziato quest’avventura. Dai campi si solleva l’odore della terra bruciata: le stoppie ardono ancora sotto fiamme fragili, destinate a breve vita. La stagione della raccolta è sempre più imminente.

 

Autrici: Eva (operatrice socio-legale volontaria di Medu) e Filomena (avvocato Idorenin)