Diario da Pozzallo

 A inizio marzo il team di MEDU visita l’Hotspot di Pozzallo, dove sono presenti 52 minori non accompagnati di cui il gruppo più numeroso è di origine gli Afghana, tra loro anche un bambino di 11 anni che viaggia assieme al fratello di 17.

Con aria confusa, ma curiosa e con timidezza adolescenziale cercano un contatto con noi. Quando usciremo da qui?” ci chiedono subito. Si trovano nell’hotspot da 10 giorni, in quarantena, e non sanno ancora quando potranno uscire. I protocolli Covid19 sono ancora stringenti e bisogna essere negativi, prima di poter uscire. Quando i medici e gli operatori di MEDU li incontrano sono ancora provati e visibilmente frustrati. È la seconda settimana di permanenza, non hanno certezze su quando e dove saranno trasferiti, e  non hanno  alcun tipo di svago: niente libri, TV e internet.  “Ci piacerebbe parlare con le nostre famiglie per dire che stiamo bene.”

Nessuno parla inglese tranne K., 17 anni, che studiava a Kabul. Col ritorno dei Talebani, l’Afghanistan non è un Paese sicuro in cui vivere, studiare e pensare al futuro” afferma sconfortatoGrazie a lui riusciamo a comunicare con gli altri. Con l’aiuto del nostro telefono, ci mostrano con entusiasmo le loro città di origine sulla mappa: Ghazni, Wardak, Herat, Kabul… Sono principalmente di etnia Hazara, “la più discriminata e perseguitata in Afghanistan”, ci spieganoe Tajiki ma ci sono anche due ragazzi pashtun e uzbeko.

Quasi tutti hanno fatto il viaggio passando prima dal Pakistan, poi Iran, Turchia e poi via mare sino in Italia. Si preferisce passare dal Pakistan perché ci spiegano che il confine Afghanistan-Iran è diventato troppo pericoloso, la polizia spara sui migranti. Arrivati in Turchia dopo un viaggio durato in media 40 giorni, salgono su una barca a vela, situazione piuttosto rara per le partenze via mare. 10 giorni di traversata, sfidando la rotta del Mediterraneo orientale. 

“Il primo giorno è stato il peggiore, il mare era agitato, abbiamo avuto paura di morire”, ci raccontano. Diversamente dal solito, per una rotta del genere, non sbarcano in Grecia o in Puglia o in Calabria, ma vengono intercettati al largo della Sicilia.

Durante il nostro intervento abbiamo fornito informazioni e offerto un primo supporto psicologico. Il Team MEDU in Sicilia garantisce  prima assistenza medica e psicologica durante  degli sbarchi e  all’interno degli Hotspot, segnalando i casi più vulnerabili all’ente gestore ed alle istituzioni locali, per un’adeguata presa a carico. Un’attività preziosa che aiuta notevolmente il successivo percorso di inserimento delle persone migranti nei centri di accoglienza.