Centro Psychè- Testimonianza di Marzia Albanese

Vorrei farmi portavoce dell’impegno e della profonda motivazione che spinge me, le mie colleghe e i miei colleghi a svolgere questo lavoro.

​Un lavoro che inevitabilmente scuote, spesso nel profondo, anche noi figure professionali, perché ci porta a viaggiare insieme alle persone con cui condividiamo il prezioso spazio delle nostre stanze di terapia abbattendo le pareti che ci circondano per camminare insieme verso terre lontane, spesso difficili da esplorare per i terribili segre​t​i che custodiscono.
Con le parole, magistralmente mediate dai nostri preziosi mediatori/mediatrici culturali, la persona che ascoltiamo compone delle immagini nelle quali ci lascia entrare, gradualmente, per guardare insieme a lei quello che ha vissuto, in maniera estremamente vivida.

E a volte, questo, può essere davvero difficile. Può essere difficile trovarci nella stanza con un torturatore, come abbiamo fatto in compagnia di Ahmed, o ammassati in un Tir per ore e ore senza conoscere l’arrivo, come successo insieme a Bashir.
Difficile sentire l’acqua trascinare a fondo, lungo la traversata del Mediterraneo, come ci ha mostrato Buba o sentire i piedi che sanguinano lungo la rotta dei Balcani camminando insieme a Thamir. Terrificante essere fermate alla frontiera e sequestrate dai Talebani durante la fuga da Kabul, come ci è successo insieme ad Arifa. Impotente, svegliarsi ogni notte con il rumore delle bombe, come succede tuttora con Thaoura.

Vissuti che occupano tutto lo spazio possibile, anche se lontani, tanto da non lasciarne a nuovi. Perché, per dirlo con le parole di Gunther Anders nell’Emigrato: “io non ho una vita. Non ricordo. Gli emigrati non ci riescono. Di quel singolare “la vita” noi siamo stati defraudati. Noi, che siamo stati sospinti di ambiente in ambiente, il presupposto dell’unità della vita non è stato concesso. Al contrario, a noi, condannati alla pluralità, spesso sembra di non avere alle nostre spalle nessuna vita. O al massimo solo l’ultima in ordine di tempo.”

 Ecco allora che il nostro lavoro non può essere circoscritto solo alla terapia, deve necessariamente diventare sensibilizzazione. Perché se c’è una cosa che le nostre e i nostri pazienti ci insegnano quotidianamente è che ci sono posti nel mondo su cui dobbiamo continuare a posare gli occhi, anche fosse solo per essere riconoscenti a chi, come loro, seppur così apparentemente distanti, rischia la propria vita per fuggire a un mondo ingiusto che, in fondo, non ci riguarda forse un po’ tutti e tutte?
Anche perché, quello con cui spesso resto alla fine dei colloqui nelle stanze di Psychè mentre ripongo la mia agenda e metto in spalla la mia borsa è l’amaro interrogativo che fondamentalmente ogni sopravvissuto e sopravvissuta ci pone: “se accadesse a me, ne sarei altrettanto capace?”

Marzia Albanese
Psicologa e psicoterapeuta del Centro Clinico Psychè di Roma

AIUTACI A RESTARE ACCANTO A CHI HA BISOGNO DI SUPPORTO MEDICO PSICOLOGICO. SOSTIENI IL NOSTRO CENTRO DI SALUTE MENTALE TRANSCULTURALE PSYCHE’