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Saiduna !

di  Najla Hassen

mediatrice interculturale del Team MEDU Sicilia

2 Commenti

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testimonianza libia medu
Pozzallo, 24 ottobre 2019.

Entriamo in hotspot e, per iniziare bene la visita, regaliamo qualche caramella ad una bellissima bambina di circa 5 anni che ci viene incontro sorridente. Proseguendo incontro Heitam (nome di fantasia), un signore carismatico di circa cinquant’anni, con una barba bianca curata e gli occhi sorridenti. In realtà non sono stata io a trovare lui, ma è lui ha trovato me. Appena gli chiedo del suo viaggio comincia a raccontare con lucidità:

“Il mio viaggio? É più dignitoso morire sotto le bombe in Siria. Vengo dalla zona che confina con Israele da una parte e con la Giordania dall’altra. Volevo andare via dalla Siria, però la strada della Turchia è ormai sbarrata, tutti i voli per i paesi arabi sono sospesi da tempo e l’unico paese raggiungibile è il Sudan. Una volta lì, transito in Egitto via terra e contatto un trafficante che mi fa entrare in Libia attraverso il punto doganale di al-Sallum. Ho raggiunto umm-Said dove mi sono trovato in una specie di magazzino, che in Libia viene chiamato hush (termine usato anche per dire casa, ndr), in cui sono rimasto soltanto per quindici giorni.

Durante il mio viaggio, durato circa un anno e mezzo, ho capito bene come si sono distribuiti i trafficanti sul territorio libico. Sono cinque le città principali di traffico: al primo posto Zuara con circa 80 trafficanti importanti, al secondo posto viene Khums con circa 18, al terzo posto ez-Zawiya con 6 trafficanti e infine Misurata con 2 trafficanti.
Ho cercato di informarmi bene e alla fine decido di dirigermi verso Misurata dove si diceva che avrei trovato il trafficante libico più umano e affidabile. Mi ha fatto aspettare nel suo hush 6 mesi, dal 17 giugno 2018 fino alla seconda metà di dicembre dello stesso anno. Non potrei dire di aver subito dei maltrattamenti, però vedevo i trattamenti riservati agli altri, gli “afariqa” (“stranieri”, termine usato per indicare lo straniero nero ma non usato per gli stranieri arabi di pelle chiara, ndr). Le donne per esempio venivano stuprate nella stanza accanto.
Durante la mia permanenza in questo posto ho avuto modo di raccogliere informazioni su questo trafficante: lui invia circa 3000 persone all’anno in Europa, ma sono solo una piccola parte delle persone che si trovano rinchiuse nei suoi magazzini come merce di stoccaggio. L’obiettivo è quello di stancare i migranti fino a farli desistere: infatti, dopo aver pagato in anticipo circa 1000 dollari, lascia i migranti nel suo hush per mesi, se non per anni, in condizioni difficili: molti infine rinunciano alla partenza.

Come potrei descrivere il trafficante? Lo dice il versetto «tra gli uomini c’è chi ti piace per come parla della vita terrena e chiama Dio a testimoniare di quel che ha nel cuore, e invece è il tuo avversario più insistente» (Il Corano, Surat la Vacca v. 204). Era uno bravo a parlare, ma del quale non bisognava fidarsi. L’età, l’esperienza e la barba bianca mi hanno tirato fuori dalle difficoltà diverse volte; per mia fortuna il popolo libico rispetta ancora gli anziani, ed è così che sono uscito da questo posto senza grossi problemi, dicendo che mi ero stufato di aspettare la partenza per l’Italia.

A quel punto decido di andare a Zuwara dove le persone scompaiono e non vengono più ritrovate. Sono in molti a dire che questo accade per colpa del traffico di organi umani. In questo nuovo hush, in cui sono rimasto un mese, non avevamo il diritto di parlare o di usare il cellulare, c’era poca acqua e cibo. Ho dovuto mentire per salvarmi la pelle, quelli non scherzavano, non ci pensavano due volte se decidevano di spararti. Ho raccontato di essere in contatto con circa 200 persone che stavano cercando un trafficante per raggiungere l’Europa, in modo da rappresentare per loro una possibile fonte di guadagno. E ancora una volta riesco a tirarmi fuori dalla trappola. Mi sposto a az-Zawiya. Avevo pagato molto di più questa volta, 7000 dollari, pensando che così facendo avrei evitato due cose: la lunga attesa e il hush. Invece le cose non sono andate come avevo pensato, mi ritrovo di nuovo chiuso in posto che mi faceva ricordare i documentari su Guantanamo. Oltre ad essere un grande magazzino dove essere umani vengono torturati e umiliati, c’erano armi ovunque, di tutti i tipi e dimensioni.

Quando mi sono guardato intorno ho capito con chi avevo a che fare. C’erano persone rinchiuse da mesi e alcuni da più di un anno. Vedi quei ragazzi seduti lì sulla panca di pietra (indica un gruppo di ragazzi sudanesi che come lui si trovano in questi giorni nell’hotspot di Pozzallo, ndr), se chiedi a loro di sollevare le loro magliette, vedrai i segni delle torture. Le donne somale venivano tutte stuprate. Eravamo circa 600 ma non si sentiva nemmeno volare una mosca, regnava la paura e il terrore di essere picchiati. Un giorno il trafficante si è presentato con circa 70 somali che aveva comprato in un posto di polizia, al prezzo di 100 dollari per ciascuno di loro. Li hanno legati e torturati. Dopo di che hanno contattato le loro famiglie con video-chiamate, torturando i figli in diretta e chiedendo loro il riscatto: 2000 dollari. Mi chiedi se le ONG e le organizzazioni dei diritti umani potevano aiutarci, ma posso solo dirti che chi si trova in quelle circostanze, per chiedere aiuto e protezione dovrebbe rivolgersi ad altre milizie più forti e più armate. Rivolgersi a delle organizzazioni pacifiche ti metterebbe solo nei guai.

Arriviamo alla mia partenza. Nelle settimane precedenti erano partiti altri gruppi ma i gommoni sono stati subito intercettati dalla guardia costiera libica. Funziona così: appena i gommoni cominciano la loro navigazione, la guardia costiera viene avvisata dai trafficanti stessi. I migranti vengono così riportati indietro, li mettono nei centri di detenzione per gli immigrati clandestini e per essere liberati bisogna pagare un ennesimo riscatto.

Venerdì 17 ottobre (una settimana fa, ndr) siamo partiti in due gruppi: prima un barcone con dieci persone di cui otto libici e due algerini; questi sono arrivati a destinazione senza problemi, la guardia costiera libica non osa scherzare con i libici stessi. Poi siamo partiti noi, 65 persone con un gommone, una piccola confezione d’acqua e un pezzo di pane per ciascuno. Hanno sequestrato i cellulari e ci hanno detto che il comandante aveva il telefono satellitare e il GPS. Scopriamo poi che non era vero, e che il comandante era stato minacciato. Abbiamo navigato per diverse ore. Dopo aver usato l’ultimo bidone di benzina siamo andati tutti nel panico e la paura ha fatto scatenare una bagarre fra i passeggeri. C’erano anche bambini a bordo. A un certo punto vedo in lontananza la luce di un faro, e mi torna in mente quello che mi aveva raccontato nei giorni passati un algerino che lavorava su una piattaforma petrolifera italiana che si trova in acque libiche, e propongo di avvicinarci alla piattaforma. Era però impossibile salirci. I tecnici, dopo averci avvistati, hanno spiegato con l’altoparlante che non era possibile farci salire sulla piattaforma e che non molto lontano avremmo trovato la nave di soccorso. Mi sono reso conto io stesso che non potevamo aggrapparci a un muro alto diverse decine di metri, e convinco gli altri di usare l’ultima benzina rimasta per proseguire nella direzione indicata. Poco dopo, il gommone ha cominciato a perdere aria dalla parte anteriore… per nostra fortuna c’era effettivamente una nave mercantile, che inizialmente sembrava volesse riportarci indietro in Libia.”

Mentre parliamo, si avvicina la bambina della caramella. Heitam la guarda e sorride, poi continua: “Lei, la piccola, appena aveva visto la nave si era messa a gridare “Saiduna!” (aiutateci). Ci hanno fatto salire a bordo, ma abbiamo dovuto attendere dodici ore per capire se ci avrebbero riportato indietro, o se eravamo salvi per sempre da quel inferno libico, come alla fine è stato…”

Il tempo passa velocemente, sempre insufficiente quando si incontrano le Persone. Devo salutarlo ma mi auguro di poter ritornare a trovarlo per un’altra chiacchierata. Lui però mi dice che probabilmente non lo troverò la prossima volta. La piccola intanto gioca e corre. Un militare sorridendo la segue con gli occhi, poi mi chiede che vuol dire quello che gli stava dicendo la piccola. “Ana, ana!” vuol dire “Io, io!”.
Heitam non mi ha chiesto nulla sul suo trasferimento, non mi ha chiesto cosa ne sarà di lui. Voleva solo raccontarmi quello che aveva visto in Libia perché secondo lui la gente deve sapere.

Testimonianza di Heitam, raccolata da Najla Hassen, mediatrice interculturale del Team MEDU Sicilia

2 commenti su “Saiduna !

  1. francesco ha detto:

    E’ molto doloroso leggere questo racconto scritto sulla pelle di un migrante, ancor più quando si è consapevoli che tra tantissimi italiani, spesso benestanti e non (con motivazioni varie) non si crede affatto a cio’ che viene racconta6o. >In Italia l’odio per il mighrante è una realta che non so se un giorno potra’ essere sradicata

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