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Racconto di R. un uomo berbero che viene dalla Libia

di  Najla Hassen

mediatrice interculturale del Team MEDU Sicilia

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  Il 30 dicembre decido di andare a scoprire come si saluta l’anno uscente all’interno del  hot-spot di Pozzallo.

Arrivata sulla soglia di quello stanzone in bianco e azzurro, mi guardo attorno: subito a destra un grande albero di Natale, più in là, a sinistra, un gruppetto di uomini che  giocano al calcio balilla. Mi avvicino a loro, uno, due… otto passi e mi identifico con un “Salamu alaycom!”, pace su di voi. Loro mi sorridono e continuano a giocare. Ci scambiamo qualche battuta sulla partita, sul vincitore e sul perdente, sulla pallina troppo leggera e piccola per il gioco. Nessuno di noi è concentrato sul contenuto di ciò che ci stiamo dicendo finché non racconto di aver incontrato, non molto tempo fa, proprio qui in hotspot, delle famiglie libiche scappate dalla Libia perché berbere. Questa mia affermazione turba i giocatori e ne attira completamente l’attenzione, sia su di me che sulle mie parole. Occhi che mi guardano e orecchie pronte ad ascoltarmi. Percepisco la tensione ma decido di andare avanti: “Sono molto curiosa, vorrei conoscere meglio la cultura e la realtà berbere. La mia bisnonna era berbera, aveva dei tatuaggi sul volto; sui polsi e sulle caviglie. Non portava mai nè vestiti moderni nè scarpe chiuse, si vestiva sempre alla berbera”.

All’improvviso si fermano le mani di uno dei giocatori, mi sorride e mi chiede: “Cosa intendi con berberi? Vuoi dire Amazigh?” “Amico mio”, gli rispondo, “Berbero e Amazigh per me sono sinonimi”. Questa mia frase fa tornare il sereno e capisco di aver pronunciato le parole d’ordine corrette. La partita può riprendere.

Comincia un meraviglioso e lungo scambio e nel frattempo arrivano i bambini, quasi tutti vestiti di rosso. Vicini ai papà, che invece sono vestiti di blu, sembrano fare da specchio alle sagome anch’esse blu e rosse del biliardino attorno al quale sono riuniti. Osservo questi bambini, in particolare una bambina che si aggrappa alla manica del padre. Quest’ultimo non la invita ad andare dalla mamma, come avrei scommesso, ma la prende in braccio e  continua a giocare con una mano sola. Un ragazzo incomincia a parlarmi dei veri problemi della Libia: secondo il suo punto di vista possono essere riassunti in una parola sola: maschilismo. Piena di stupore gli dico: “E’ strano sentirti dire, tu uomo Libico, che la rovina del paese è stata il maschilismo”. “Non possiamo negare le evidenze!”, mi  risponde sorridendo.

A un certo punto, io e R. decidiamo di allontanarci un po’, per fare due chiacchiere. R. è un giovane papà, arrivato con la sua piccola famiglia. La nostra chiacchierata comincia in un modo molto generico,  parlando delle città berbere. Tornando sulla reazione del gruppo quando ho pronunciato la parola “berberi”, mi spiega che fino al 2011 si conosceva solo il termine berbero per indicare l’appartenenza etnica, ma veniva spesso usato in un modo dispregiativo, per indicare le persone poco colte e considerate retrograde che vivono nelle grotte chiamate dammuz. Dopo la rivoluzione del 2011, si è cominciato ad utilizzare un altro termine: amazigh. Però, anche dopo il 2011, mi dice che la situazione dei Berberi non è migliorata, anzi forse il contrario. Prima erano ignorati e messi da parte, adesso sono anche perseguitati. “Nessuno lascia la propria terra volentieri, soprattutto in questo modo”. Le sue parole escono quasi soffocate mentre gli occhi si riempiono di lacrime.

R. è laureato, così come sua moglie, però due stipendi non bastavano per provvedere ai bisogni primari della famiglia. R. spiega che il dinaro libico ha perso il suo valore, tutti i prodotti sul mercato sono importati e i prezzi sono aumentati vertiginosamente, per questo che c’è bisogno di un secondo lavoro per non cadere nella trappola dei reclutamenti dei ribelli che ormai reclutano soprattutto minorenni. Un minorenne è  una preda debole davanti alla promessa di soldi, auto e potere.

Mentre R. mi parla, nella mia mente sento l’eco di due domande che leggo spesso fra i commenti sui social: “Perché non si prendono un aereo come tutti i comuni mortali? E poi, un genitore come potrebbe mai mettere a rischio la vita dei propri figli?”

R. prosegue il suo racconto: “Inizialmente, due anni fa, non volevo rischiare, non volevo prendere il barcone, soprattutto con una moglie e dei bambini, ma alla fine sono stato costretto”. R. aveva provato per due anni con le così dette vie legali: era andato in Tunisia, aveva chiesto prima il visto spagnolo poi aveva provato anche chiedendo  quello olandese, ma in entrambi i casi gli fu negato il diritto di viaggiare. Così R. e la moglie sono stati costretti a scommettere. Come ogni scommessa si può vincere o perdere, si rischia e si mette in gioco qualcosa. Dopo nove anni di guerra non si vedeva la fine del tunnel. “Ogni genitore vorrebbe il meglio per i propri figli. I miei genitori hanno fatto di tutto per darmi il meglio, mi hanno mandato a scuola poi all’università e io vorrei fare lo stesso per i miei bambini. Le scuole dove i bambini dovrebbero andare a studiare si sono trasformate in rifugi per gli sfollati».

Oltre agli scontri tra due governi, si rischia di vedere in Libia una sanguinosa guerra civile. “Vedi ad esempio Gianzur e Warshefana”, mi dice, “sono due città confinanti, ma che si sono scontrate diverse volte. Si sono sempre create due fazioni e la fine di uno scontro dà inizio alle vendette”.

I Berberi, da sempre, hanno dovuto nascondere la loro identità. R. ha imparato da quando era bambino a parlare il  berbero dentro casa e l’arabo fuori casa. Oggi, non basta nemmeno questo per evitare brutte sorprese ai posti di blocco gestiti dalle milizie armate. Vengono chiesti i documenti e dal  nome di famiglia si potrebbe riconoscere un Berbero. R. mi chiede di fare una ricerca su suo nonno: mi fa annotare il nome ma mi chiede di non usarlo se dovessi raccontare la sua storia. Una volta tornata a casa, scoprirò che suo nonno era un grande condottiero berbero, simbolo della resistenza libica al colonialismo italiano ed anche un importante politico. Leggendo la storia di questa persona ho capito quale importanza potesse avere il nome di famiglia: come dice un detto popolare arabo “L’occhio del sole non si può nascondere con un setaccio”. R. non poteva di certo nascondere la sua identità berbera, con quel cognome così famoso. Ma l’identità di R. non sta solo nel suo cognome o nella sua lingua madre. Essa risiede anche nella sua religione: l’ibadismo. R. mi spiega infatti che gli Ibaditi non credono nell’estremismo e sono per la pace e la libertà. “Oggi, noi Abiditi, siamo i miscredenti di turno. Sai, la politica è così: si cerca un tema sensibile che tocca la massa e poi si identifica un capro espiatorio. Per adesso, in Libia e in molti paesi di oltremare, il tema sensibile è la difesa della religione islamica contro la diversità religiosa”.

E nella mia mente gli dico: “Purtroppo il tema è sensibile non solo al di là del mare ma spesso anche su queste nostre sponde”.

Najla Hassen

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