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La storia di Gift

di Najla Hassen

mediatrice interculturale del Team MEDU Sicilia

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testimonianaza pozzalloE’ il 6 di novembre e come ogni mercoledì andiamo a Pozzallo a visitare l’hotspot. Arriviamo all’entrata, ci presentiamo e anche questa volta ci chiedono di attendere per verificare le autorizzazioni. Poi finalmente quel “Prego, vi potete accomodare”.
Ormai abbiamo il nostro percorso abituale. La struttura è sempre la stessa da anni: un grande rettangolo che prende circa due terzi dell’area recintata e di fronte a due lati di questo rettangolo sono posizionati i vari container attrezzati che fungono da uffici. Troviamo diversi migranti seduti sulle panchine azzurre di cemento. Tra le mani hanno delle scarpe di stoffa bianca, sembrano dei bambini il giorno di al-‘id1 quando finalmente indossano i vestiti nuovi comprati con i risparmi di un anno intero. Salutiamo con un “ciao” e raccogliamo sorrisi e cenni con le teste. Poi incrociamo il sorriso più grande, sul volto piccolo piccolo di un bambino di circa tre anni. Dice di chiamarsi Bahr, “mare” in arabo. Poi entriamo dentro quel grande rettangolo spigoloso. Ormai è da diversi anni che conosco questo posto ma ogni volta che entro fisso l’azzurro delle pareti, come se qui le persone avessero bisogno di ricordare il colore del mare. Percorriamo il corridoio in fondo a sinistra e andiamo nella stanza delle donne e dei bambini. Subito si distinguono a colpo d’occhio due gruppi, le somale da una parte e le francofone del Camerun e Costa d’Avorio dall’altra. Mentre i bambini corrono in tutte le direzioni, ci presentiamo a tutte. Spieghiamo chi siamo e di cosa ci occupiamo e, mentre stiamo per salutare per continuare il nostro giro, ci ferma una ragazza molto giovane per chiederci qualcosa ma è evidente che è difficile farlo. Ci guardiamo attorno e identifichiamo un angolo dove possiamo parlare più o meno tranquilli.
“Mi chiamo Gift, ho 21 anni e sono del Camerun, da un villaggio del Nord-Ovest del paese”. Mentre ascoltiamo il racconto frammentato di Gift, dietro di lei i bambini continuavano a cantare e ballare sulla musica dell’Albero Azzurro. Il racconto sembra disordinato; io comincio a scrivere, poi a ricollegare le diverse parti del racconto con frecce, nel tentativo di mettere ordine. La mia collega prima guarda il foglio e poi guarda me per dirmi non si capisce niente. Gift corre nel racconto, a volte va avanti per poi tornare indietro, faccio fatica a seguirla ma io scrivo tutto o almeno ci provo. Il primo disagio che ci fa presente riguarda il qui e l’ora: Gift ha paura di essere vittima di tratta, ha paura di finire nelle strade a prostituirsi per conto dell’amica della zia.
Gift viveva da sola con la mamma, ma all’età di 16 anni ha dovuto lasciare il villaggio a causa degli scontri fra i militari governativi e gli indipendentisti anglofoni. Scappò e andò a vivere con sua zia. Racconta che quella casa era un inferno, il marito della zia la toccava, andava nel suo letto di notte e la violentava. Però un giorno di settembre del 2016 la zia decide di lasciare il marito e di portare con sé anche il figlio e la nipote. Vanno in Algeria da una camerunense e lì si fermano per circa quattro mesi. La zia però decide di continuare la “route” e di andare in Libia per poi partire per l’Europa, cosi Gift potrà fare la parrucchiera.
Nel 2017 si spostano tutti e tre verso la Libia. La prima tappa è stata a Sabrata, in un foyer. Avrebbero dovuto raggiungere successivamente Garian ma vengono arrestati e portati nel centro di rimpatrio di Tagiura, 12 km a est di Tripoli. “Il cibo era poco e i trattamenti erano disumani. Una volta una donna incinta con due figlie gemelle ha chiesto cibo per le sue bambine che avevano molta fame e ad un certo punto è entrato un soldato con il volto coperto e ha picchiato la donna ferocemente”. Chiediamo perché secondo lei il soldato aveva il volto coperto: “Perché i soldati erano gli stessi che ci facevano imbarcare per l’Europa, quindi non dovevano essere riconosciuti da noi”. La parola “gemelle” ci fa ricordare che davanti alla TV tra i bambini c’erano due gemelle. Gift ci dice che non sono le stesse gemelle del racconto e continua: “In questo centro ho dovuto dichiarare una nazionalità diversa, perché i camerunesi venivano rimpatriati. Siamo rimasti lì circa sei mesi, poi pero mia zia è riuscita a farsi mandare dei soldi per liberarci dall’amica che sta in Algeria,”. Nel giro di poco tempo si ritrovano però di nuovo chiusi in un altro centro per migranti irregolari, quello di Tariq al_Sikka. Gift ormai sa come funzionano questi posti, ha imparato la parola magica “shogl” per dire “lavoro”. Così Gift riesce ad uscire ogni giorno per andare a lavorare senza paga nelle case dei libici, a fare le pulizie e altri lavoretti domestici. Dopo qualche mese arriva la ricompensa: Gift, la zia e il cuginetto vengono liberati e portati in spiaggia per imbarcarsi. C’era troppa gente, tutti impauriti, tutti correvano verso i tre gommoni che erano pronti in acqua. “A un certo punto ho perso la mano di mia zia, mi guardo attorno e non la trovo. Poi guardo il primo gommone e lei era già a bordo con mio cugino. Corro per raggiungerli ma un libico mi sbarra la strada e mi dice che non c’è più posto e che bisogna salire sul secondo gommone. Lo supplico, cerco di spiegargli che a bordo c’era mia zia, che sono con lei, che avevo paura, ma lui era impassibile. Alla fine mi arrendo”. Parte il primo gommone, poi dopo un po’ di tempo anche il secondo e infine il terzo. “Non ricordo esattamente cosa sia successo, so soltanto che ero in acqua, tutti eravamo in acqua. Ogni tanto andavo giù perché alcuni migranti cercavano di aggrapparsi a me, poi tornavo a galla, fortunatamente avevo la giacca di salvataggio”. I sopravvissuti vengono riportati di nuovo in Libia a Zanzur, 12 chilometri a ovest di Tripoli. Ci sono state tante vittime, del primo gommone non si è salvato nessuno. Gift si trova sola adesso. “Dio mi ha mandato quel libico per impedirmi di salire sul primo gommone… se non fosse stato per lui, oggi non sarei qui a raccontarvi tutto questo. Questo nuovo centro era diviso in due parti, quella femminile e quella maschile. Noi tutto sommato eravamo trattate bene, venivano a trovarci le organizzazioni internazionali OIM e MSF. In questo centro non esiste il rimpatrio volontario ma solo la deportazione. Dalla parte maschile arrivavano sempre voci di lamenti e torture”. Gift viene data a un signore libico, il quale la porta a casa come si porta la spesa. E’ di sua proprietà. Gift, oltre ad occuparsi della casa e delle pulizie, viene continuamente violentata, una routine durata dodici mesi. Dopo un anno, Gift entrò in contatto con alcune amiche conosciute in uno dei centri di detenzione e che erano riuscite ad arrivare a Malta. In quel periodo lei ormai si era arresa a quel destino: in fondo non dormiva per strada e aveva da mangiare. Però le amiche la incoraggiano a tentare un’altra volta la fortuna. “Grazie a loro che ho deciso di prendere di nuovo il mare, di scappare da quell’uomo e tentare di nuovo”. Questa volta Gift ce la fa e attraversa il Mediterraneo.
A questo punto sembra che la storia sia finita, invece non è così. Gift ha paura, la camerunense che le aveva ospitate in Algeria sa che è arrivata in Italia, le manda a dire di andare da un’altra camerunense per fare la parrucchiera in Francia. Gift sa che si tratta di una trappola e che se ci casca non riuscirà ad uscirne. Ha paura delle comunità del suo Paese e non vorrebbe trovarsi in posti con forte presenza camerunense. La tranquillizziamo, le diciamo che in Italia le persone come lei sono molto protette e non vengono abbandonate. Le spieghiamo che ovunque andrà in Italia potrà chiedere aiuto alle forze dell’ordine, la polizia italiana non è come quella africana, di loro si può fidare.
I bambini ballano ancora mentre Gift fa un sospiro e ci saluta.E’ il 13 di novembre, torniamo in hotspot. E’ trascorsa una settimana dal nostro incontro ma Gift non c’è più, è stata trasferita. Adesso si trova in un grande centro. Speriamo che non ci sia una comunità2 camerunense.

di Najla Hassen
mediatrice interculturale del Team MEDU Sicilia

1 Il giorno di festa nella cultura musulmane
2 La comunità è spesso un mezzo per raggiungere le vittime di tratta.

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