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“La salute è il bene più importante nella vita”, ce lo dice F.

di  Ibrahima

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Testimonianza scritta da Ibrahima, coordinatore sul terreno del progetto  nella Pina di Gioia Tauro di Medu

Sul volantino che lasciamo ai nostri pazienti, sul quale informiamo riguardo le uscite della clinica mobile di MEDU, è scritto in Bambara “Sôrô wo sôrô, kènèyà nionkotè”, che può essere tradotto come “La salute è il bene più importante nella tua vita”.

Dopo giorni veramente difficili e incerti, e in gran parte trascorsi nel reparto di Medicina Generale in ospedale, finalmente F. ha ricominciato a vivere un momento incredibilmente liberatorio e gioioso. Con un sorriso enorme, ripete “sto bene, grazie” e ringrazia  uno a uno i componenti del nostro team: il medico Annika, che ha opportunamente preso la decisione di chiamare l’ambulanza per portarlo in ospedale tre settimane fa; Jacob, il mediatore, con il quale riesce a comunicare di più, Simone, il logista, e poi anche le nostre operatrici socio legali  Martina, Drissa. Esprime gratitudine verso tutti con gesti e parole. Si rivolge a me e mi dice in inglese ”boss, I’m all set now,” e immediatamente aggiunge, “domani io vado a Napoli”.

Lo riaccompagno nella tenda dove dice di poter dormire nel frattempo. Passiamo davanti al venditore di acqua calda, tre fusti in metallo, riempiti di acqua poggiati su anelli di pietra con fuoco di legno, e salutiamo il macellaio nella sua griglieria, dove si può comprare carne di capra grigliata. Mentre camminiamo nei passaggi labirintici delle tende, gli faccio domande sulla degenza, sulla sua salute, su cosa farà adesso, dopo aver trascorso 20 giorni in ospedale. Si legge sul suo viso che la sensazione di aver superato problemi enormi è fonte di orgoglio e soddisfazione per lui.

F. è un nostro paziente, a novembre ha  lasciato Napoli per venire a lavorare  come bracciante di arance, mandarini e limoni nella Piana di Gioia Tauro. Ha seguito il percorso abituale della stragrande maggioranza dei braccianti agricoli africani: non è riuscito a trovare una casa in città e si è ritrovato nell’insediamento informale della Tendopoli di San Ferdinando, situato nella zona industriale.

F. ha patito le condizioni estreme di vita nella tendopoli: le basse temperature invernali, l’alta densità di persone in uno spazio ristretto, l’umidità, le pozzanghere, l’insalubrità e l’isolamento sociale, poiché le tende sono situate lontano dalla città, senza alcun contatto con i servizi locali. Non c’è acqua calda, non ci sono riscaldamenti, e a volte l’elettricità viene interrotta.

Nonostante tutto, le persone si organizzano come possono. Tra le tende qualcuno ha allestito un mercato di negozio dell’usato con vestiti usati, sciarpe, scarpe, giubbotti, stivali, vecchi oggetti, ricaricatori di telefono, un altro ha trasformato la sua tenda in un negozio alimentare, un altro ancora in un barbiere.

A metà gennaio, un ragazzo ghanese ci segnala la presenza, all’interno della tendopoli, di un bracciante con problemi di salute che preoccupavano i suoi amici. Con l’aiuto del mediatore, siamo riusciti a visitarlo presso la clinica mobile. Il nostro medico ha immediatamente riscontrato sintomi di un forte raffreddore, tosse produttiva, febbre e debolezza fisica. Si è deciso di iniziare un trattamento con antibiotici e corticoidi per via orale. Questa terapia è stata iniziata con la premessa di valutazioni di follow-up molto frequenti da parte nostra. Ma purtroppo F. non si è presentato  nei giorni successivi ed è stato irraggiungibile.

Non si trovava da nessuna parte nella Tendopoli e abbiamo capito  che dormiva altrove, da qualche parte. Questo ci ha fatto stare in ansia per giorni e abbiamo temuto il peggio.

Molti braccianti scelgono il lavoro a discapito della salute. Si ammalano, ma preferiscono continuare a lavorare. Subiscono infortuni, talvolta gravi, ma non accettano di fermarsi per seguire la terapia e decidono di abbreviare le cure per non perdere giorni di lavoro.

Dopo 4 giorni, finalmente, il nostro paziente F è ritornato a chiedere nuovamente il nostro aiuto. I sintomi sopra riportati si presentavano leggermente migliorati, ma è emerso che non aveva assunto correttamente la terapia antibiotica.

Con il sospetto diagnostico di polmonite con possibile sepsi, e considerando che la sua situazione non poteva essere monitorata, si è deciso di rivolgersi alle strutture sanitarie locali. F.è stato portato con l’ambulanza del 118 in ospedale, dove gli accertamenti hanno confermato una polmonite lobare. È stato ricoverato in reparto, trattato con i.v. antibiotici per 20 giorni. Un necessario cambio di antibiotici ha reso evidente che soffriva di una polmonite atipica, che necessitava di essere trattata con un antibiotico di seconda linea. Durante la degenza in ospedale abbiamo effettuato diverse visite e siamo stati accolti da medici e infermieri che ci hanno ringraziato per averlo fatto ricoverare. Le sue condizioni sono migliorate giorno dopo giorno.

Al termine delle cure, F. è stato regolarmente dimesso. In assenza di un pronto soccorso abitativo dove poter restare qualche giorno per recuperare le forze – una struttura che MEDU ha cercato invano di far aprire nella zona, destinata ad accogliere pazienti come F., dimessi dall’ospedale e impossibilitati a tornare nelle stesse condizioni abitative dove hanno contratto la malattia – F. è stato costretto a tornare nella tendopoli.

Arriviamo di fronte alla tenda dell’amico compaesano che lo ospita, e troviamo altre persone felici di rivedere F. che sta bene. Tornato, racconta loro dei giorni trascorsi in ospedale, di quanto le persone fossero gentili con lui, di quanto sia stato fortunato ad aver incontrato la dottoressa che gli portava sempre delle cose, come indumenti e gli infermieri che gli hanno offerto scarpe e altri vestiti.

Ci salutiamo e F. ci dice che lascerà “la tenda”  e tornerà  a Napoli. Nel nostro impegno verso queste persone, abbiamo l’opportunità di essere la via d’accesso perché loro ricevano cure mediche adeguate. Non dobbiamo accettare di rinunciare a un livello di cura standard adeguato per tutti e dobbiamo riconoscere la responsabilità di fornire cure efficaci anche se la situazione ambientale di vita non viene affrontata in maniera efficace dai vari enti preposti. Dobbiamo stare insieme al paziente su questo argomento e non lasciarlo fare da solo.

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