Al camper, fare il medico significa innanzitutto incontrare…

Il racconto di Rita Murri, infettivologa del Policlinico Gemelli e volontaria a bordo di “Un camper per i diritti” a Roma.

“Al camper, fare il medico significa innanzitutto incontrare. Incontrare persone, luoghi, esperienze, vite, emozioni, nostalgie di casa, paure, ricordi spaventosi, visioni del mondo, incubi, dolori. Al camper per i diritti di Medici per i Diritti Umani, fare il medico significa risolvere piccoli o grandi problemi di salute, che sono spesso le porte di piccoli o grandi problemi dell’anima. Al camper, ogni sera si compiono preziosissimi viaggi intorno al mondo: si può andare dai paesi dell’Est alla Repubblica Centrafricana, passando per il Perù e tornando in Sudan, ma soprattutto si viaggia tra le persone.

Siamo a Roma, nella civilissima Italia, ma anche qui ci sono persone con risorse limitate. All’inizio, le persone portano sintomi legati principalmente al disagio di vite difficilissime: i dolori provocati dal freddo che penetra le ossa, dai letti di fortuna che sono poi i marciapiedi, dalle cadute accidentali, dalle piccole lotte per la sopravvivenza quotidiana, da ulcere ai piedi medicate alle fontanelle e che vanno sempre peggiorando. A volte, le persone arrivano alla clinica mobile per un mal di denti, un vecchio e cronico mal di schiena, una cicatrice di un incidente avvenuto tanti anni fa, ma che hanno voglia di raccontare. Quasi sempre c’è un semplice e umano bisogno di accoglienza, di essere visti e ascoltati .Ma quasi sempre, da un sintomo si apre la porta —direi il varco— verso esperienze inaudite.

Quasi tutti i viaggi africani hanno incrociato la Libia. Chi riesce ad aprire questa porta fa vedere incubi di soprusi, violenze fisiche e psicologiche difficili da immaginare. Spesso, anche con i nostri robusti bagagli di esperienze mediche, ci troviamo con l’anima nuda ad ascoltare racconti di disumanità tali che non riusciamo a decifrare né a comprendere. . Non ricordo una sola donna che abbia soggiornato in Libia senza raccontare violenze inimmaginabili. Tutti—100%—con occhi pieni di speranza che domani possa andare meglio. Chi non ha incrociato il terrore della Libia ha incontrato altri dolori: povertà estreme, abbandono, rovine, disprezzo, paesi in guerra. Ha lasciato genitori, figli, compagni o amici.
Spesso, al camper ci troviamo ad affrontare tutto questo: ad accogliere, a orientare, a supportare, a riaprire orizzonti migliori..
Un altro modo di fare il medico, ma con la stessa gratitudine di sentirmi, ad ogni uscita, resa migliore da tutti questi incontri.
“

Rita Murri,  
Infettivologa del Policlinico Gemelli e volontaria a bordo di “Un camper per i diritti” di Roma

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