VOCI DAL CAMPO

Questo è il racconto di Clemente Sabba coordinatore del team MEDU in Sicilia.
Z. è un ragazzo somalo di 24 anni, magro, capelli arruffati ed occhi profondi. Lo incontriamo per la prima volta a fine giugno nel reparto di psichiatria. Era in regime di TSO, sedato e legato, come purtroppo succede ancora oggi in molti reparti psichiatrici, per gestire i casi più complessi di agitazione psicomotoria. Le sue prime parole, ancora confuse per effetto dei farmaci, gelano il nostro psichiatra e mediatore MEDU: “I am not a terrorist” (Non sono
un terrorista), quasi a volersi affrancare da una situazione che lo vede legato e trattato come fosse un pericoloso criminale.


Z. ha solo 24 anni, ma ne ha vissute tante, troppe. Arriva in Italia nel 2017, poco più che maggiorenne, dopo un lungo viaggio dalla Somalia, passando per l’inferno libico. Violenze, soprusi, sofferenze. Viaggia per l’Italia, raggiunge la Francia e poi la Germania, prima di essere rispedito in Italia.
Prima di essere ricoverato con TSO, Z. viveva per strada da mesi. Il paradosso è che si trova in regola coi documenti, ha una protezione sussidiaria e regolare residenza. Eppure è fuori dal circuito dell’accoglienza. Dopo una settimana, viene dimesso dall’ospedale e ad attenderlo ci siamo noi di MEDU.

Vuole essere accompagnato nel paesino in cui viveva, per strada. I nostri tentativi di trovargli un alloggio temporaneo sono vani. Troppe richieste e pochi posti. “Sono periodi di grande richiesta”, ci dicono. Intanto, facciamo domanda al servizio centrale a Roma di inserimento in un centro SAI (Sistema
Accoglienza e Integrazione) della zona del Ragusano. Ci vorrà qualche settimana per avere risposta.
E nel frattempo, dove starà Z.?
Grazie alla Caritas, facciamo un ultimo tentativo coi servizi sociali del piccolo comune in cui Z. è residente, “vedremo cosa possiamo fare…” ci rispondono, ma niente di concreto. Andiamo via dall’ufficio di Caritas, sconfortati ma con un aiuto concreto: un buono spesa. Accompagniamo Z. a comprare qualcosa da mangiare. Avete mai accompagnato qualcuno a fare la spesa per poi lasciarlo
vivere per strada? Una situazione surreale, non potevamo accettarlo. Facciamo un ultimo tentativo disperato. Ci mettiamo allora alla ricerca di qualche suo amico, connazionale. Somali sfruttati e sottopagati nelle campagne della zona. Dopo una mattinata rocambolesca, sotto il sole cocente di inizio luglio, riusciamo ad avere un indirizzo di connazionali, amici di Z. Lo accompagniamo lì, spieghiamo la situazione. Vivono già in 8 in un appartamento che potrebbe ospitarne meno della metà. Accettano di ospitare Z. per un paio di settimane, nell’attesa che gli venga assegnato un centro SAI a cui ha diritto.

Passano i giorni, la Caritas nel frattempo continua a dare aiuti materiali, oltre a cibo e medicine, si rende disponibile a pagare anche un mese di affitto. Un aiuto preziosissimo per Z. e gli amici che lo ospitano. Insistiamo con Roma perché accorcino i tempi. Dopo tre settimane, riusciamo finalmente ad avere
l’assegnazione di un posto per Z. in un centro SAI della zona.Lo accompagniamo di mattina presto, lui è felice, sorride. È la prima volta che sorride da quando lo abbiamo conosciuto. Al centro Sai ci sono degli operatori che lo accolgono, con premura. Z. non è più solo. Ha un posto dove stare e continuerà il percorso psicoterapeutico con MEDU. Dopo due settimane
dall’arrivo in centro, ha cominciato anche a lavorare, “devo poter aiutare mia madre che è malata”.

“Thank you bro, thank you MEDU” (grazie fratello, grazie MEDU) ci sorride e ci ringrazia con gli occhi pieni di speranza, ed è il più bel riconoscimento che avremmo potuto ricevere.

Siamo andati oltre il nostro intervento, ma non avremmo potuto fare diversamente. Z. aveva bisogno di una seconda possibilità.

Testimonianza del coordinatore MEDU Sicilia – agosto 2022
Nella provincia di Ragusa un team di MEDU è presente per garantire assistenza medico psicologica alle persone più fragili, tra cui  migranti sopravvissuti a violenza intenzionale e tortura.